Dida: «Subiamo troppi gol, colpa della paura»

«Dimenticato il bengala. Mi ferì di più vedere gli ultrà impedire la ripresa del gioco. L’amico Abbiati»

Franco Ordine

Caro Dida, lo sa che al Milan pensano che lei sia cambiato dopo la notte del bengala?
«Ne dubito. Per me è un capitolo chiuso, dimenticato».
Ci fu chi pensò a una causa per danni nei confronti dei responsabili.
«Quell’episodio resta solo un brutto ricordo e non mi viene in mente altro. Se non una grande amarezza».
In che senso, scusi?
«Quello che mi ferì maggiormente non fu il lancio del bengala, che pure mi procurò abbastanza dolore alla spalla. No, fu l’episodio successivo. Quando nonostante il mio ferimento e il tentativo, da parte dei giocatori di Inter e Milan, di riprendere la partita, ricominciò il lancio degli oggetti. Volevano a tutti i costi ammazzare quella partita».
Come giudica il suo attuale momento e quello, chiacchierato, della difesa di burro del Milan?
«È inutile giocare a nascondino con i problemi: prendiamo troppi gol da calcio piazzato».
C’è una spiegazione convincente?
«Ho sentito molte ipotesi. Credo che abbiano tutte una qualche validità, non esiste una sola spiegazione per tutti i gol presi. Uscirne dipende solo da noi. Dobbiamo essere tutti più concentrati».
E poi?
«Dobbiamo anche ricacciare indietro l’angoscia che si impadronisce della squadra quando ci fischiano contro una punizione dal limite. L’eccesso di tensione contribuisce a farci sbagliare».
Ha sentito Moratti? È convinto di poter vincere sfruttando questa debolezza del Milan...
«Sarà un motivo in più per aprire gli occhi domenica sera».
Il sistema misto, due a zona e gli altri, tutti gli altri a uomo, la soddisfa?
«Qualunque sistema può funzionare. E funziona di sicuro se riusciamo a restare concentrati in partita».
Lei, caro Dida, è titolare nel Milan, Julio Cesar dell’Inter, Gomes fa faville nel Psv: cosa è successo ai brasiliani, nascono tutti portieri?
«Non è proprio così. È che, da qualche tempo, i portieri brasiliani hanno lasciato il loro campionato e sono venuti a giocare in Europa».
A proposito di portiere e di Brasile: è vera la leggenda secondo cui dalla delusione del ’50, porta male far giocare nella Seleçao un portiere di colore?
«Non ne ho mai sentito parlare. E soprattutto non ne ho mai parlato con Parreira, l’attuale ct».
Ha visto Abbiati? È tornato portiere: dovesse rientrare a Milanello, sarebbe un rivale temibile per Dida?
«Su Abbiati dimenticate un particolare decisivo: io e Christian siamo amici e negli anni vissuti insieme a Milanello non c’è mai stata una sola incomprensione tra noi due. Perciò la sua rivalutazione nella Juve mi ha fatto molto piacere. Quanto al suo futuro, non so niente di preciso, non so se tornerà al Milan oppure andrà da un’altra parte».
C’è in giro chi sottovaluta la bravura di Pirlo sulle punizioni: come si regola lei, Dida, in allenamento?
«Capisco le difficoltà dei portieri. In allenamento neanche noi del Milan riusciamo a capire le sue intenzioni perché Andrea non cambia né la rincorsa né la posizione del corpo rispetto alla palla. L’imprevedibilità è la sua arma».
Cosa penserà domenica sera, quando tornerà sotto quella curva?
«Farò quello che faccio di solito quando entro in campo: saluto tutti i tifosi con cenno della mano».
La Juve è raggiungibile?
«Se continua a questo ritmo, no. Ma noi non molliamo».
Chi teme di più dell’Inter?
«Adriano e Recoba sono un misto di forza e precisione. E tirano da fuori area. Devo dire ai miei di tenere gli occhi aperti».