Dida ultimo dubbio di Ancelotti «Gioca se è al cento per cento»

Il preparatore Vecchi: «È solo un problema di testa». E Galliani bacia l’erba di Old Trafford

Nostro inviato a Manchester

Sotto la pioggia insistente di Manchester, Nelson Dida testa la sua spalla dolente e l’erba umida dell’Old Trafford (baciata da Galliani all’ingresso ieri sera, in attesa dell’ultimo allenamento). Qui nacque la leggenda evaporata di un portiere insuperabile, capace addirittura di oscurare la classe di Gigi Buffon, nella notte della finale 2003 decisa ai rigori e dalla sua opposizione alle stilettate sbilenche di Montero, Zalayeta e Trezeguet. «Gioca se sta al cento per cento», riferisce Ancelotti per togliersi dall’angolo. I medici han dato via libera, solo dal preparatore dei portieri, William Vecchi, proviene l’avvertimento per l’uso: «Non è la spalla il problema, è la testa che dev’essere libera». Coi suoi silenzi tradizionali, Dida sembra confortare i pronostici complessivi. Sull’erba rasata dell’Old Trafford, Nelson si tuffa sulla destra e si rialza, neanche una smorfia dopo quella tradita a Messina senza peraltro abbandonare la postazione.
Gioca Dida, perciò, protetto dal grande vecchio sempre in circolazione, Paolo Maldini, a giugno 39 anni suonati, alle viste la nona semifinale di Champions e una voglia intatta di continuare a correre. «Come farà a fermare Cristiano Ronaldo?» gli chiedono un paio di colleghi inglesi che lo torturano con i quesiti sul portoghese, è il più grande di tutti o no, lo marcherai tu come suggerisce Benitez o no? Maldini, il capitano intramontabile di un Milan che è quasi identico a quello di quattro anni prima, spiega a tutti che «noi giochiamo a zona» prima di congedarsi con un piccolo soprassalto di orgoglio: «E poi anch’io penso di essere abbastanza veloce».
All’Old Trafford circolano magliette rievocative del 7 a 1 rifilato sulla schiena della Roma (un cronista di fede laziale è tra i primi a esibirla in sala stampa): allora Totti si avvicinò al precipizio confessando di provare una emozione cento volte maggiore rispetto a quella patita a Berlino per la finalissima mondiale. Non la pensa così il suo gemello di spot Ringhio Gattuso che pure è molto amico di Francesco e non ha cuore di maltrattarlo in pubblico. Bastano i rimproveri in privato. Così allora se la cava con una battuta ma la differenza si coglie, per fortuna di noi tutti e anche di chi ha vissuto le ore di Duisburg. «È vero, la tensione è identica, ma vivere quei giorni con la maglia azzurra è stato da sballo», detta Gattuso che non ha certo voglia di fare il sermone a Francesco. In tv gli chiede se si è per caso ricordato dell’ammorbidente, qui cerca di dargli una mano. «Magari anch’io, se avessi giocato venti anni col Cosenza e avessi raggiunto un traguardo del genere, avrei potuto fare lo stesso paragone», chiude Gattuso.