Dieci anni di aumenti: ma non è tutta colpa dell’euro

Non mi piace, ma mi adeguo. È la filosofia di vita che gli italiani sembrano aver adottato in questi primi dieci anni di euro. Ma che cosa è realmente cambiato per le nostre tasche dal 2001 ad oggi? È così vero che la moneta unica europea ci ha ridotto praticamente sul lastrico e ha innescato una spirale di speculazioni che non ci ha mai dato tregua?
Con la pignoleria che li contraddistingue i colleghi di Altroconsumo hanno cercato di trovare risposte a questi interrogativi, radiografando la situazione dei consumi e delle spese per beni e servizi fondamentali. E confrontandola con una simile loro ricerca del 2001 sono giunti ad una sorprendente conclusione: l’euro non è stato poi così un salasso. E, in alcuni settori, i rincari non sono stati frutto di speculazioni ma hanno viaggiato di pari passo con l’inflazione. Partendo, infatti, dai dati dell’Istat, la popolare associazione per la difesa dei consumatori rileva che la crescita dell’inflazione è stata in media del 2,3 per cento annuo: i prezzi, dunque, in dieci anni sono cresciuti di quasi un quarto. Secondo il rapporto il percorso è stato abbastanza lineare e l’inflazione è cresciuta in modo fisiologico con l’eccezione del biennio che ha preceduto la crisi globale quando, nel 2007-2008, su generi alimentari ed energia si scaricarono i rincari improvvisi su cereali e petrolio. E in questo caso sì che entra in gioco la speculazione. Che ha fatto diventare permanenti gli effetti dei rincari anche a crisi del grano conclusa. La prova sta nel prezzo della farina, del pane e degli altri derivati dei cereali: tendenziale fino al 2007, ha poi fatto un balzo in avanti e non più risceso, chiudendo il decennio dell’euro con una crescita del 47 per cento (33 per cento per il solo pane) nettamente superiore rispetto all’inflazione. Una speculazione, quella sul pane, ancor più evidente se confrontata ai prezzi degli altri generi alimentari, il cui aumento è stato invece quasi in linea (+25,3 per cento) con l’inflazione (+23 per cento). A parte tabacchi e alcolici (rincarati del 53 per cento), l’impennata dei prezzi si è fatta sentire nei beni primari come l’acqua (+53 per cento) e il gas (+34 per cento), i carburanti (+35 per cento ) e nei servizi locali: le tariffe per la raccolta dei rifiuti solidi urbani sono cresciute del 33 per cento, i trasporti pubblici del 35 per cento. Tra l’altro con l’entrata in vigore dei biglietti a 1,5 euro Milano e Genova sono diventate le città dei maggiori aumenti (+ 94 per cento), considerato che nel 2001 la corsa in autobus o metrò costava 1.500 lire. E nonostante si viva nell’era del low cost e del last minute viaggiare in nave è diventato più caro del 147 per cento, in aereo del 61 per cento, in treno del 46 per cento e in taxi del 34 per cento. Quanto ai premi Rc Auto i costi sono cresciuti vertiginosamente a Napoli (+122 per cento) e a Palermo (+77 per cento), mentre a Roma la spesa per assicurare moto e motorini è salita del 136 per cento. Ci prendiamo un caffè o una pizza? Il caffè è aumentato del 35 per cento a Roma e del 18,5 per cento a Milano, ma è anche vero che Milano è passato così in media da 0,84 centesimi a un euro, mentre Roma da 0,63 a 0,85 centesimi di euro. Il maggiore incremento sulla pizza a Bari (+45,2 per cento), mentre il minore a Roma (+20,2%), ma oggi a Bari la pizza continua a costare la metà rispetto a Roma: 3 euro contro 6. Abbigliamento e calzature sono rincarati del 17,9 per cento, l’arredamento (+20,5 per cento), le spese per il tempo libero e la cultura (+10,9 per cento) e nel settore sanitario (+2,8 per cento). Sopra la media dell’inflazione è stato l’aumento dei prezzi per l'istruzione (+26,5 per cento) e dei ristoranti (+28,9 per cento) mentre una notte in hotel costa «solo» il 17 per cento in più rispetto al 2001. Ma ci sarà pure qualcosa che costa meno? Sì, è crollato il prezzo dei computer (-64 per cento) e dei telefonini (-73 per cento). Ma resta difficile, nonostante l’evoluzione delle tecnologie, farcire un telefonino con il prosciutto.