Dieci anni a Rabei, la mente che progettò l’attentato di Madrid

Condannato per terrorismo internazionale a Milano, ora sarà estradato in Spagna: «Processo politico». La Procura iberica chiederà un totale di 270mila anni di carcere per la strage del 2004

Enrico Lagattolla

da Milano

Le ultime parole prima della sentenza le scandisce in italiano, chiaramente. «Sono tranquillo. Sono pronto per essere condannato perché siamo in Italia. Questo è un processo politico contro l’Islam». Poi, Osman Rabei - l’egiziano considerato la «mente» della strage di Madrid - ascolta il verdetto della prima Corte d’assise di Milano. La condanna è a 10 anni di reclusione. Cinque anni, invece, per il «discepolo» Rajeh Yahya. La prima sentenza dopo gli ordigni che hanno insanguinato la Spagna. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata al terrorismo internazionale.
Un giudizio che «non riguarda le stragi di Madrid», precisa fuori dall’aula il presidente della Corte Luigi Cerqua. «Siamo stati influenzati solo dalle prove, dovevamo giudicare episodi circoscritti portati in aula dall’accusa». Un processo, dunque, imperniato sulle telefonate tra Rabei e Yayha. Conversazioni che - secondo l’accusa - testimonierebbero della pericolosità di «Mohamed l’egiziano», «a capo - aveva sostenuto il pubblico ministero Maurizio Romanelli nel corso della sua requisitoria del 27 ottobre, con cui chiedeva 14 anni di reclusione per Rabei, e 7 per Yahya - di una banda di assassini, una cellula armata che ha già colpito e continuerà a colpire». Conversazioni in cui il «maestro» spiegava al suo discepolo che «noi giovani dobbiamo essere i primi a sacrificarci, l’unica soluzione è inserirsi in Al Qaida. Qui noi siamo dormienti, è un nostro dovere andare per primi alla jihad». O, ancora: «L’attentato di Madrid è stato un mio progetto, e quelli che sono morti martiri sono miei carissimi amici. Il filo di Madrid sono io». Arrestato tre mesi dopo quella strage, Rabei ha sempre negato ogni connessione con gli attentati spagnoli, fornendo la sua versione. Quelle parole - era la sua difesa - le aveva pronunciate solo per «impressionare» il giovane Yahya.
Ma secondo il Tribunale, quelle frasi sono fin troppo chiare. Rabei, quindi, sarebbe stato l’organizzatore di una rete terroristica transnazionale, con ramificazioni in Belgio, Francia e Italia, e con diverse basi operative, una delle quali a Milano. Diversamente, per il legale dell’egiziano, l’avvocato Luca D’Auria «questa sentenza - sostiene - ha subito l’influenza di un altro processo ben più importante e più emotivo, quello di Madrid». Il cui inizio è previsto per febbraio del 2007, ma sul quale c’è già stata la presa di posizione della Fiscalia de Audiencia Nacional, la Procura iberica. Secondo il quotidiano spagnolo El Pais, infatti, l’accusa chiederà oggi che per sette dei 29 imputati per la strage di Atocha - e tra questi proprio Osman Rabei, che sarà estradato - venga stabilita la pena di 40mila anni di reclusione: trent’anni per ciascuna delle 192 vittime dell’attentato, e 18 per ognuna delle 1.820 persone che la mattina dell’11 marzo del 2004 rimasero ferite. Un totale di 270mila anni di carcere per i responsabili e i complici degli attacchi, che si sarebbero attivati dopo un video trasmesso dall’emittente Al Jazeera nell’ottobre 2003, nel quale Osama Bin Laden chiedeva di attaccare i Paesi occidentali. Spagna inclusa.
«Non è ancora il momento per una valutazione ponderata e corretta delle intercettazioni - insiste D’Auria -, non si poteva far arrivare Rabei al processo di Madrid con un’assoluzione a carico. Non è uno sconto che ci lascia soddisfatti, perché per noi la prova dell’esistenza dell’associazione finalizzata al terrorismo internazionale non c’è. Leggeremo le motivazioni e ricorreremo in appello». Per l’egiziano, invece, si prepara il processo spagnolo. Anche davanti al giudice Juan dal Olmo continuerà a dichiararsi innocente. «Sono una brava persona», ha detto alla Corte italiana. Nelle aule iberiche, però, dovrà rispondere per la morte di quasi duecento persone.