Dieci anni senza Versace: "Gianni ucciso dalla fama"

Intervista a Donatella, la sorella dello stilista ucciso il 15 luglio 1997 a Miami che viene ricordato con una mostra alla Scala di Milano: "Ci ha lasciato un grande senso della famiglia"

Milano - «Sono terrorizzata, se sbaglio qualcosa Gianni è capacissimo di farmi cadere il lampadario della Scala in testa". Donatella Versace, nel turbine dei preparativi per il decennale della morte del fratello, è in preda alla più profonda emozione. Ricordi, rimpianti, presagi e rivelazioni si mescolano nelle sue parole permettendoci di aggiungere nuovi dettagli a questa storia. Che in sé contiene tutti i generi narrativi: dalla fiaba al giallo, dal romanzo alla tragedia. Domenica 15 luglio, a dieci anni esatti dalla morte avvenuta a Miami per mano del serial killer Andrew Cunanan, lo stilista verrà ricordato alla Scala di Milano con uno spettacolo appositamente ideato da Maurice Bejart: "Grazie Gianni, con amore". Oltre a un esercito di celebrità come Jessica Alba ed Elizabeth Hurley, alla serata parteciperanno tutte le persone che hanno contribuito alla leggenda di questo grande creatore: dai 580 tra dipendenti e collaboratori alle top model tipo Naomi, Claudia Shiffer e Marpessa. In prima fila la famiglia al gran completo a cominciare da Allegra, nipote ed erede universale di Gianni, figlia primogenita di Donatella.

Perché tanta paura di ricordare?
«Ricordo mio fratello tutti i giorni più volte al giorno. Stavolta però il mondo lo ricorda con me: deve essere tutto perfetto. Non so se esiste l'Aldilà, ma in ogni caso vorrei fare qualcosa che Gianni approverebbe».

Cosa ricorda di quel giorno maledetto?
«Ero inebetita dal dolore, mi sembrava che il mondo avesse smesso di girare. Non ho alcuna memoria del viaggio: 10 ore di volo su un aereo privato. Sono arrivata con mio fratello Santo alle tre e mezza del mattino nel posto in cui avevano portato Gianni. C'era solo il suo corpo lì e decine di poliziotti a sorvegliare l'edificio. Gli investigatori sono stati meravigliosi: hanno fatto il loro dovere con grande sensibilità».

Ha perdonato l'assassino?
«C'è poco da perdonare: si è ammazzato dieci giorni dopo. Certo non me ne sono fatta una ragione. Gianni è stato ucciso per la sua celebrità, come John Lennon. Cunanan era ossessionato da lui: quando è morto indossava un paio di mutande con la scritta "Gianni Versace" sull'elastico e accanto aveva una camicia stampata dell'ultima collezione. L'ho visto sulle foto che mi hanno mostrato gli agenti dell'FBI, ma ancora oggi fatico a crederci. Eppure so bene che ci sono un sacco di squilibrati in giro: dopo i fatti di Miami ho ricevuto delle lettere anonime che mi hanno fatta vivere nel terrore per me stessa e per la mia famiglia».

Gianni non aveva paura?
«Purtroppo no. Due settimane prima della tragedia aveva licenziato le guardie che controllavano l'accesso a Casa Casuarina. Non me l'aveva detto perché altrimenti sarei intervenuta: quel quartiere era pericoloso, pieno di ubriachi e drogati a tutte le ore del giorno e della notte. Se ci fosse stato qualcuno a sorvegliare il cancello, forse si sarebbe accorto che mio fratello era seguito. E l'avrebbe salvato».

È il suo più grande rimpianto?
«Uno dei tanti. Non ho risposto alla sua ultima telefonata e ho impedito che i miei figli lo raggiungessero a Miami. Alla luce di quel che è successo, ringrazio il cielo. Però so di avergli negato la felicità di trascorrere una vacanza con Allegra e Daniel».

Sono stati felici i suoi ultimi anni?
«Non tanto. La lotta con il tumore all'orecchio era stata tremenda: disperava di farcela. Solo sei mesi prima di morire i medici gli avevano detto: all clear, tutto superato. Ha avuto poco tempo per godersi questa gioia.

C'è qualcosa di Gianni che ha sempre con sè?
«L'ultima cosa che ha toccato: le chiavi della casa di Miami. È morto con queste in mano e da allora non me ne separo mai».

Dei vostri amici chi le è stato più vicino?
«Sono accorsi tutti, ma forse Elton John è quello che ha capito meglio degli altri l'incolmabile voragine che si è aperta nella mia vita. Gianni non era solo un fratello per me: eravamo complici, amici, legati a doppio filo fin dalla più tenera età. Ne abbiamo fatte di tutti i colori insieme, mi sono divertita come una pazza con lui».

La cosa più importante che le ha insegnato?
«Il senso della famiglia e del lavoro. Era un grande patriarca e un professionista insuperabile».

Pesa il confronto con un simile genio?
«Ho dovuto imparare a reggere la pressione. Ma ogni volta è una lotta con me stessa. Per esempio non mi sarei mai aspettata di provare tanta emozione nel lavorare con Bejart. L'ultimo contatto fisico che ho avuto con mio fratello è stato quando mi sono seduta accanto a lui mentre Maurice preparava Naomi per il finale di "Barocco Bel Canto" nei giardini di Boboli a Firenze».

Difficile dimenticare quella scena: Naomi sparò un colpo a salve proprio verso Gianni. Come mai?
«È stata una tragica fatalità: Naomi doveva puntare l'arma di fronte a sé e invece si è girata. Certo i presagi non sono mancati, l'ultima collezione era piena di abiti ricamati a grandi croci bizantine. Ma nella nostra famiglia succede sempre così: le cose ci arrivano addosso e solo dopo riusciamo a leggere i segni premonitori. Anche mia madre è morta all'improvviso per un attacco di cuore. E non parliamo di mia sorella Tina, stroncata da una terapia sbagliata nel breve arco di un giorno. Aveva 12 anni, era caduta ferendosi al ginocchio durante una festa di carnevale e il medico non capì che aveva contratto il tetano. Le somministrò una medicina potente e il suo cuore ha ceduto. Io non l'ho mai conosciuta, sono nata dopo forse per consolare la famiglia. Ma Santo e Gianni erano affezionatissimi alla sorella maggiore».

Ne avete passate tante in famiglia e in azienda. Adesso le cose si sono sistemate?
«Sembra finalmente di sì, ma è solo l'inizio. Abbiamo ancora tanto lavoro da fare. Però possiamo farcela: siamo una famiglia e un'azienda davvero eccezionale».