Le dieci assurdità di Fini sull’aumento delle tasse

L'idea di alzare il prelievo sulle rendite è l'ultimo autogol del leader di Futuro e libertà. Colpisce le famiglie, fa fuggire i capitali all'estero e tradisce gli elettori

Ma che bella pensata! La prima proposta programmatica comprensibile a tutti di Fini è stata nientemeno che il raddoppio delle tasse sui risparmi, un livello addirittura superiore a quanto sognato in passato da Bertinotti. Fini non si è fatto quindi problemi a rinnegare un programma sulla base del quale è stato eletto e che aveva scritto in grosso e in rosso l’impegno a non alzare in nessun caso le tasse. Posto che la scusa di finanziare l’università è una foglia di fico - dato che i soldi non sono diversi - non si capisce perché, per reperire fondi, una tassa sui risparmi sarebbe meglio di, ad esempio, un taglio al suo stipendio o ad altri sprechi, ecco un piccolo promemoria dei motivi per cui quest’idea è dannosa, sbagliata e molto pericolosa.

1) I risparmi sono ciò che rimane da redditi già tassati. Non possono quindi essere messi sullo stesso piano degli altri guadagni.

2) L’interesse sui risparmi serve in gran parte a compensare l’inflazione. Se l’inflazione è il 2% e il rendimento dei Bot è l’1,5%, il risparmiatore ha in pratica perso soldi, non c’è nessun guadagno da tassare. Inoltre, gli investimenti si possono anche perdere, chiedere informazioni a chi aveva titoli Parmalat, Lehman, Cirio o, più semplicemente, a chi ha messo i propri risparmi in Borsa negli ultimi anni.

3) I beni accantonati delle famiglie sono una ricchezza dell’Italia e sono uno dei punti di forza che ci differenzia dagli altri Paesi, consentendoci una maggiore stabilità in periodi di crisi, nonostante le nostre debolezze profonde e strutturali. Criminalizzarli è come minacciare di bucare il salvagente che ci ha tenuto a galla.

4) Il denaro si può spostare con enorme velocità e semplicità. Se vi fossero proposte e timori sulle tassazioni, la conseguenza immediata sarebbe la fuga dei capitali (per i quali incertezza uguale pericolo) all’estero, così come avvenuto durante gli anni del governo di sinistra.

5) Non esiste nessuna «media europea» per i risparmi, dato che le aliquote, le esenzioni, le detrazioni e le franchigie sono del tutto diverse. In ogni caso, dato che il nostro Paese è meno affidabile politicamente e più a rischio degli altri (anche grazie a politici come Fini), in assenza di convenienza fiscale non si capisce perché uno dovrebbe lasciare i propri capitali depositati in Italia.

6) La tassazione sulle obbligazioni è una partita di giro per lo Stato (che pagherebbe interessi lordi più alti, riprendendoseli pari pari sotto forma di tassa), ma è un aggravio netto sulle obbligazioni societarie, gli emittenti delle quali dovrebbero pagare cedole lorde maggiori per offrire un rendimento netto accettabile senza potersi riprendere nulla. In un periodo dove le banche hanno stretto i rubinetti del credito, colpire l’emissione di titoli da parte delle imprese significa penalizzarle proprio nell’unico canale di finanziamento che si è rivelato efficace anche nei periodi peggiori della crisi e che ha salvato molte grandi aziende da conseguenze drammatiche.

7) I dividendi delle azioni vengono da utili rimanenti dopo una tassazione che è già fra le più penalizzanti in Europa. I guadagni da capitale, invece, sono un miraggio che, ai risparmiatori colpiti da ribassi epocali delle Borse e anni di rendimenti negativi dei fondi, suonerebbe come una beffa, mirata a colpire la speranza di un eventuale recupero dei prezzi dopo anni di sofferenza.

8) Gli italiani non sono obbligati a mettere i propri risparmi in titoli: è lo Stato che deve sperare caldamente che i cittadini gli usino la cortesia di finanziare il suo debito smisurato acquistando Bot e Btp. Inoltre, il risparmio dev’essere incoraggiato in quanto fonte di comportamenti virtuosi e autosufficienza famigliare. Se per un qualsiasi motivo il mettere da parte qualche soldo non dovesse essere più conveniente, un cittadino rimarrebbe comunque libero di andare a Parigi a spendersi la liquidazione in champagne e ballerine per poi tornare «da povero» e provare a chiedere un sussidio. Se il debito italiano non venisse più sottoscritto dai risparmiatori, addio stipendi, addio pensioni e (modesta consolazione) addio Fini.

9) La crisi ha comportato un aumento mondiale del debito pubblico: pertanto ci sarà sempre più competizione fra gli Stati sovrani per convincere i risparmiatori a sottoscrivere i propri titoli. Dato che il «porcellino salvadanaio» delle famiglie italiane fa gola a tutti e che una parte importante della nostra ricchezza è proprio reinvestita in Italia, gli unici che avrebbero da guadagnare se il nostro Paese diventasse meno accogliente per il risparmio sarebbero proprio gli altri Stati, pronti ad accogliere i denari in fuga con tappeti rossi e grandi risate indirizzate alla nostra stupidità. La sparata di Fini è in questo senso talmente dannosa per le nostre finanze che, se non dovesse derivare da errore, superficialità o faciloneria si potrebbe addirittura pensare che sia stata ispirata da qualche Stato estero, nel qual caso si tratterebbe di tradimento puro e semplice.

10) In regime di tassi bassissimi come l’attuale, a fronte dei danni di cui sopra, in ogni caso il gettito sarebbe minimo.
Ovviamente (sempre meglio specificarlo, non si sa mai) si suppone che l’ipotesi di aumento delle tasse si intenda sui titoli di nuova emissione, dato che, in caso contrario, sarebbe un rimangiarsi impegni dello Stato, analogo a un default. Ci sono in circolazione titoli anche trentennali venduti ai risparmiatori con la garanzia di una ben precisa tassazione. Nemmeno il governo Prodi aveva osato pensare di tassare lo stock di debito già emesso. Vorrebbe forse farlo Fini?
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