Dieci minuti da infarto dopo sette ore di nulla

da Milano

Non tutti lo sanno, ma è giusto saperlo: la Milano-Sanremo è la corsa più lunga del mondo. Quest'anno, con una deviazione per frana all'altezza di Noli, che introduce la salita Le Manie, si raggiungono i trecento chilometri. La lunga scampagnata dalle brume di Padania al salmastro di Riviera è anche storia del nostro Paese, perché ormai siamo prossimi al secolo di vita (stavolta, edizione numero 99): dalle foto seppiate d'inizio Novecento, fino alle immagini digitali dell'era moderna, c'è tutta una galleria inestimabile a raccontare le facce dei vincitori, ma anche i volti anonimi di tanti italiani colti lungo il percorso, richiamati dalle spiagge e dalle panchine liguri per interruzione letargo.
Trecento chilometri, per quanto senza salite ripide e strappi feroci, restano trecento chilometri. Soprattutto a inizio stagione. Sono comunque sette ore e mezza di bicicletta. Una giornata di lavoro. Manca solo di timbrare il cartellino.
Eppure, nonostante la maratona, nell'era moderna questa corsa resta il vero festival dei grandi velocisti. Non di quelli antichi, incapaci di reggere un cavalcavia, buoni solo per gli ultimi duecento metri. Ormai si parla di passisti veloci, cioè gente sempre sprintosa nel vialone finale, ma in grado di reggere le lunghe distanze e le lunghe fatiche. Non a caso, i favoriti restano i Freire e i Petacchi, i McEwen e i Boonen, signori delle ammucchiate tumultuose, con qualche possibilità residua ai Bettini e ai Pozzato, signori dei blitz giocati sull'anticipo.
È la corsa più lunga, ma è anche la più bizzarra, strana e sconclusionata del mondo. Un'intera giornata a rullare su e giù dai Capi, per poi sparare un solo colpo in pochi minuti. È il limite tecnico e il fascino unico della Sanremo. Non esiste niente di simile. Tanto che si deve parlare di spettacolo brevissimo e intensissimo: preceduto da sette ore di noia, riabilitato da un quarto d'ora ad altissimo rischio coronarico.
Tutto qui, il mistero della Sanremo. La sua griffe, la sua magia. Per gustare l'emozione, basta trascorrere il sabato con moglie e figli in un posto qualunque: da questo punto di vista, la Sanremo non rovina le famiglie. Poi, conviene entrare in un bar verso le cinque del pomeriggio, e mentre loro si prendono un gelato, il capofamiglia si gode l'emozione. Pochi giri di lancetta, dal Poggio all'arrivo: la Sanremo è concentrata lì. Prima, i masochisti possono pure sorbirsi le ore di chiacchiere narcotiche della coppia Bulbarelli-Cassani. Ma è un esercizio inutile. Autolesionismo puro. La cosa veramente importante è farsi trovare pronti ai piedi del Poggio. Ciclisti e telespettatori. È come aspettare la mezzanotte del 31 dicembre: conto alla rovescia, dieci-nove-otto, tre-due-uno, e via con i botti. Sui tornanti del Poggio, in sé niente di che, il più in forma - o il più debole allo sprint - ci prova. Questa volta potrebbe toccare allo svizzero Cancellara. Dietro, la muta degli inseguitori a narici fumanti. Bisogna vedere se il fuggitivo riesce a resistere quel tanto che basta per arrivare da solo, oppure se i grandi velocisti riescono a resistere sulla salita quel tanto che basta per poi ricomporre il gruppo con una discesa da infarto generale. La discesa del Poggio, e chi non ha imparato a godersela? Scendono come kamikaze. Qualcuno, ogni tanto, vola oltre i guard-rail. A casa, sono tutti quanti aggrappati ai braccioli delle poltrone, in apnea come i ciclisti. Finale mozzafiato. Mozza il fiato sul serio, la Milano-Sanremo.
Infine, tutto si compie dal termine della discesa allo striscione finale, dentro Sanremo. Quest'anno, causa lavori, l'arrivo sta un chilometro più in là, sul lungomare Calvino: una briscola in più fornita ai velocisti, che inseguono per allestire il grande sprint collettivo. Negli ultimi anni è finita sempre così: con il caos della volata globale, spettacolo da rizzare i capelli, vero campionato del mondo per sprinter e acrobati. Tutto lascia pensare che sarà così anche stavolta. Trecento chilometri per decidere tutto in pochi centimetri, magari al fotofinish. È la folle follia di Sanremo, pezzo unico nel campionario mondiale. Difatti, tutti gli anni c'è qualche cima che si tormenta per renderla più dura. Praticamente, uguale alle altre. Già è un periodo d'oro, manca solo di svendere anche i gioielli di famiglia.