Diecimila carte clonate Ma erano i negozianti a dare i codici alla banda

Una rete di hacker e di criminali informatici guidata dalla Romania, attiva in mezza Europa e senza altra base operativa che il web, l’universo impalpabile e inafferrabile di Internet. Ma tutta la vasta attività criminale finita al centro dell’operazione di ieri della Guardia di finanza - con audiocassette arresti chiesti dal pm Nicola Balice e ordinati dal giudice Andrea Salemme - non sarebbe stata possibile senza il contributo concreto di decine e decine di rispettabili negozianti e commercianti che hanno tradito la fiducia dei propri clienti. Sono stati questi negozianti - tra cui un importante commerciante di abbigliamento milanese - a consentire che i lettori di bancomat delle loro casse fossero trasformati in macchine «succhia-dati», in grado di catturare i codici contenuti nelle carte magnetiche dei clienti. L’organizzazione, poi, provvedeva al resto: clonare le carte, svuotare i conti.
Il commerciante di abbigliamento individuato durante le indagini del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza è stato arrestato. È, per ora, l’unico italiano (a parte la fidanzata di uno degli hacker rumeni) finito sotto inchiesta. Ma è probabile che presto si aggiungano altri nomi di negozianti e ristoratori. Perché nella montagna di dati finiti al centro dell’inchiesta ci sono - oltre ai codici segreti dei malcapitati clienti - anche quelli che identificano i pos (come si chiamano tecnicamente i lettori di bancomat e carte di credito) che l’organizzazione ha utilizzato. E a quel punto saranno guai, perché la trasformazione dei pos non poteva avvenire senza la complicità degli esercenti. Complicità secondo gli inquirenti, pagata con una percentuale fissa sul maltolto.
A questa tecnica, la banda affiancava una versione aggiornata e sofisticata del trucco più consueto per copiare i codici pin delle carte: le telecamere piazzate a ridosso delle casse automatiche delle banche, che filmano la mano dell’utente mentre digita il codice sulla tastiera. «Se una volta - spiega una fonte vicina alle indagini - era sufficiente schermare l’operazione per impedire che i codice venissero copiati, le telecamere di ultima generazione hanno un angolo visuale molto più ampio. Quindi l’unico modo per evitare di farsi rubare il pin è quello di battere i tasti praticamente alla cieca, tenendo la mano quasi appoggiata alla tastiera».
Diecimila le carte clonate, un giro d’affari di almeno dieci milioni di euro: ma sono cifre che probabilmente costituiscono solo la punta emersa di un business gigantesco. Gli investigatori milanesi sono convinti di avere messo le mani su una rete attiva praticamente in tutto il pianeta, che si muove da una nazione all’altra scegliendo i Paesi tecnologicamente più deboli o dove è meno doloroso venire incastrati. In una intercettazione, due degli esponenti vanno ad utilizzare una carta clonata in Francia, ma lo fanno tra mille cautele: «Dobbiamo stare attenti, lì non è come in Italia dove se ci beccano non ci fanno niente».
I precedenti, in effetti, dicono che da queste parti non si è certo usato il pugno di ferro: Bogdan Ionescu, il giovane rumeno con un curriculum da genio della matematica, che nel 2007 venne scoperto a succhiare i soldi dei pensionati delle Poste, se la cavò con una condanna a tre anni, e poco dopo uscì dal carcere promettendo di svelare agli investigatori i segreti dei pirati del bancomat.