Diecimila soldati turchi in Irak a caccia dei terroristi curdi

L’invasione duramente criticata da Bagdad. Preoccupazione anche a Washington: «Per noi è una brutta notizia»

da Istanbul

Lo dicevano da molto tempo. Ieri si sono stancati di parlare e sono passati ai fatti. Circa 10mila soldati delle forze di terra turche hanno passato il confine e sono entrati nel nord dell’Irak per sgominare le basi delle cellule più pericolose del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, riconosciuto come organizzazione terroristica da Europa e Stati Uniti e che lotta per la creazione di uno stato curdo indipendente in territorio turco.
L'operazione è ancora in corso e si concentra soprattutto nelle zone di Hakurk, Kandil e Zap, vicine anche al confine con l'Iran. Le milizie turche sono partite soprattutto dai territori di Hakkari e Sirnak, città dove l'azione terroristica del Pkk si è maggiormente concentrata negli ultimi mesi. La Turchia aveva avvertito da tempo che avrebbe invaso temporaneamente il territorio nord iracheno per cercare di debellare una volta per tutte l'organizzazione separatista.
Ieri pomeriggio fonti vicine all'esercito hanno fatto sapere che due importanti campi del Pkk sono stati espugnati durante l'operazione. Voci su scontri fra soldati e guerriglieri non hanno al momento trovato conferma. Lo stato Maggiore turco ha assicurato che le operazioni si stanno svolgendo nel rispetto delle popolazioni civili che risiedono nella zona. La stessa rassicurazione è arrivata dal premier Recep Tayyip Erdogan, che ha dichiarato che l'attacco ha ricevuto il via libera dal governo e precisato nello stesso tempo che non si tratta di un'invasione ma di operazioni chirurgiche, di estensione e durata limitata nel tempo.
Sta di fatto che le truppe turche però il confine lo hanno passato e che la cosa a Bagdad è piaciuta poco. Sulle prime l'ambasciatore iracheno ad Ankara ha detto che la Turchia ha agito senza avvertire. Notizia smentita dallo stesso Erdogan, che afferma di aver telefonato personalmente al premier Nouri Al Maliki per metterlo al corrente della situazione. Il Paese della Mezzaluna continua a lavorare anche sul fronte diplomatico che, per dirla con le parole del primo ministro, «rimane la scelta privilegiata per risolvere i problemi». Ma la decisione a Bagdad e altrove è piaciuta poco.
Al Maliki ha chiesto alla Turchia di rispettare la sovranità irachena e anche gli Stati Uniti, che pure hanno aiutato Ankara nei bombardamenti dei mesi scorsi, hanno reagito con freddezza all'incursione di terra definendola «una brutta notizia». Per tutto il giorno Washington ha cercato di gettare acqua sul fuoco, dicendo che si tratta di un'operazione di breve durata. Militari americani di stanza a Erbil hanno detto che i soldati impiegati nelle operazioni sarebbero solo alcune centinaia.
A preoccupare adesso è l'evolversi della situazione. Stato Maggiore turco e ministro degli Esteri hanno detto che le operazioni andranno avanti finché sarà necessario.