DIEGO ABATANTUONO «Un reality? No, mi fanno schifo. Per pigrizia ho perso l'America»

Tony Damascelli

Se avessi dovuto contare i colpi di tosse, il dottor Mastrangelo sarebbe in testa alla classifica degli influenzati per la collezione autunno-inverno 2005. In verità Diego Abatantuono sta un fiore, a parte il dettaglio bronchiale. I dati di ascolto del suo Mastrangelo procuratore aggiunto a Lecce hanno risvegliato il pubblico della tivvù attorno a un attore che con la tivvù medesima ha un rapporto diffidente: «Se fai un programma e non va bene nell’audience allora dici che era comunque nato sbagliato, se lo fai e i dati sono buoni allora dici che il programma era sicuramente buono. Per me certi programmi fanno cagare anche se vanno bene».
Il verbo rende bene l’idea, inutile l’opera di bonifica bacchettona, D & A, Diego Abatantuono non recita mai, sul set e nella vita, sul palcoscenico e da Gattullo davanti a un triplo special, va in diretta audio e video, bello sciolto, senza fumi di parole: «È una qualità, lo so, una valenza che ha sotto l’intelligenza, cioè capire che nel cinema italiano devi dare qualcosa di più e io ci riesco perché nasco facendo il comico e questo mi ha aiutato».
Lo ha aiutato a fare molte cose, da Attila a Mastrangelo, passando per altre facce ma con la stessa lingua: «Sono pigro e testa di cavolo, se non lo fossi forse avrei imparato l’inglese, sarei andato in America, avrei accettato delle proposte interessanti ma rinunciando allo studio dell’inglese ho imparato ad amare i miei figli, ho un rapporto meraviglioso con loro».
Ecco la qualità, la pigrizia che porta alla serenità: «La fiction non mi piaceva molto perché se voglio la commedia vado a teatro, se voglio il giallo vado al cinema. Poi ci sono i tempi di realizzazione che sono allucinanti, personalmente mi sono fatto un culo ottagonale ma io vivo con questo lavoro. Ho cercato di non rendere estrema la presenza del protagonista, quasi ho patteggiato con me stesso, tra il giallo e la commedia appunto, ho scelto un gruppo di attori bravi e me la sono cavata anche se so che si può fare meglio. Ma subisco la fatica psicologica e fisica: con le fiction giri due minuti di prodotto al giorno, con i film otto».
Ma uno grande e grosso così come fa a farsi da parte e/o a sentire la fatica? «Ma che domanda? Allora uno come Benigni che è magro non ha forse una grandissima presenza scenica?». Stravero, chiedo scusa. Si torna a Diego interprete di più ruoli: «Nel cinema, come altrove, devi mantenere fede a quello che hai promesso. Prendete Alberto Sordi, lo ritengo il più grande attore che l’Italia abbia mai avuto. Sapeva essere credibile sempre, qualunque personaggio interpretasse, perché era il tipo di italiano vero, nel Borghese piccolo piccolo o nella Grande guerra. Io so anche fare lo stronzo come in Io non ho paura ma sono anche il giudice Mastrangelo, pure nella vita tranne nel fatto che lui ami essere single. Io no, amo stare con la gente, già dovrò stare solo nel tombino, per favore oggi no».
Mastrangelo sudista di ritorno: «Basta con la storia del sud e del nord. Ditemi che significa essere pugliese? E milanese? Odio chi dice “i bambini rom”. Sono bambini e basta, rom o mil, magari gen, dico di Roma, di Milano o di Genova. Se prendete un neonato alla Mangiagalli di Milano e lo trasferite in una culla del Policlinico di Bari quando avrà quarant’anni che sarà, pugliese o milanese?».
Stravero di nuovo. Torno alla tivvù tipo reality: «Mi fanno cagare, sempre. Ma il giudizio è imbarazzante perché poi fanno quegli ascolti. Mi hanno offerto di tutto già sapendo che avrei rifiutato, perché sono pigro, perché sono testa di cavolo, perché mi manca la costanza, la voglia di fare fatica, di sopportare i sacrifici ma non metterò mai il lavoro prima della mia vita. Ho avuto la fortuna di lavorare con Salvatores e Avati, con la Comencini, Mazzacurati, Veronesi, ho sfiorato altri maestri. Mi manca un grande film nella struttura intendo ma ho un sogno: una storia d’amore tra un vecchio e una giovane ragazza, un film comunque brillante. E poi un programma sui mondiali di calcio, per vedermi tutte le partite senza che nessuno mi rompa le scatole e possibilmente senza gli sms come sottopancia, sembrano i titoli di coda e uno cambia canale». Per il momento, a parte la tosse, ha finito Ecceziunale e sta lavorando con Pupi Avati in La cena per farli incontrare, insieme con la Neri, l’Incontrada e la Sastre, penso io roba piccola e brutta, magari con il fiato pesante: «No, anche ad alito stanno benissimo». Sarà per un’altra volta. A presto.