Diego e la sua corte di maradonari

Anche sotto la tenda a ossigeno il Pibe de oro è un «affare». Libri, dvd, film: tutto si vende

I maradonari sono in fila, con i loro ceri e le figurine sacre. Diego Armando giace al secondo piano della Clinica de Los Arcos de la Capital, Buenos Aires, dove è stato trasferito da un altro ospedale, Madre Teresa di Calcutta, Ezeiza. Si lamenta per dolori al ventre, ha il fegato gonfio e giallo. L’alcol e il tabacco si sono aggiunti ad altri vizi antichi, la droga su tutti. È storia ormai vecchia e noiosa per un ragazzo di 47 anni che non ha mai deciso di diventare uomo e per un uomo che non sa e non vuole abbandonare i suoi capricci infantili. Colpa sua e dei maradonari che quotidianamente celebrano in processione il loro idolo, lo coccolano, lo giustificano, lo perdonano, lo salvano, aspettano che si sciolga il suo sangue, che il miracolo si ripeta, che il rito continui, pregando, scrivendo, parlando, cantando «oh mamamamama me bate el corazón».
Diego, otra vez, dicevano ieri in Argentina, Diego un’altra volta, una delle cento, mille volte in cui Maradona ha segnato un clamoroso e squallido autogol, è finito a terra inciampando nella propria mala esistenza, avvelenato dalla sua vita volutamente spericolata. «Me cortaron las piernas», urlò nel mondiale americano quando la Fifa lo accusò di doping. È sempre colpa degli altri, di quelli che gli «hanno tagliato le gambe». Mai una volta, cento, mille altre volte che Diego Armando e i suoi maradonari abbiano voluto ammettere l’errore, la colpa, il misfatto propri, invece scegliendo sempre la fuga zigzagante, l’evasione dalle proprie responsabilità, quelle sue, del campione medesimo, quelle degli altri, dei suoi cortigiani che ancora in queste ore difficili seguitano a sminuire l’accaduto, a ridurre al minimo il malanno che purtroppo è malattia, sia pancreatite, sia epatite, sia collasso, sia crisi depressiva, infine e sempre maradonite.
L’uomo del popolo, la bandiera dei girotondini, degli Intillimani della politica, da Lula a Chavez, da Bassolino ai birignao degli scrittori sudamericani, tristi e solitari (ma pure furbi), l’uomo di Fidel, il líder máximo e, pirlando su se stesso come nelle sue migliori finte di corpo, il máximo líder delle fiestas con putas e droga, l’uomo che spupazzava in tivvù le sue bimbe acconciate come malafemmine e poi urlava per difendere la propria privacy, l’uomo furbo della mano de Dios, prima, e il Diego Armando, patetico Merola, per un rigore non dato, dopo, oggi è veramente, malinconicamente solo, mentre i maradonari preparano i fazzoletti, gli stessi usati per pulirsi le narici dopo un festino, e strillano contro chi non capisce la sofferenza del pibe, il figlio del popolo che combatte il potere, dopo averlo sfruttato e averne abusato, lui con i suoi protettori, detti procuratori, capaci di chiedere voli privati, suite, prostitute e denari in nero per una amichevole di beneficenza, capaci di prelevare cinicamente dal bancomat esistenziale di questo perfetto calciatore e ancora uomo incompleto, mai chiedendogli «come stai?» ma preferendo «come va?» che non è la stessa cosa per chi ascolta. Jorge Valdano, argentino, ex calciatore e poi giornalista scrittore, ha riassunto così, quasi con una milonga di parole: «Abbiamo sempre detto Diego sei un Dio, Diego sei una stella. Ci siamo scordati di dire Diego sei un uomo. Ma ormai è troppo tardi».
Maradona è un mito anche steso su una barella, con la maschera di ossigeno che gli copre il volto, Maradona è una leggenda perché bisogna vendere i dvd, le figurine, i libri che raccontano le sue imprese sul campo, Diego Armando è un affare per i registi che hanno messo assieme pellicole romanzate e romanzi filmati. Marco Pantani venne ripudiato perché «drogato», indegno di convivere con lo sport, la sua fu una fine randagia e miserrima. Maradona vive tra mille avvocati, alibi e testimoni, è un uomo che continua ad avere troppi complici tra chi si professa amico, nessun amico tra chi si professa complice; oggi sta giocando da solo in mezzo al campo, senza pallone, senza porte, senza avversario ma con lo stadio esaurito in ogni ordine di posto, come si usa dire e scrivere per raccontare la folla. La folla che assiste curiosa, dall’altra parte della corsia mentre là c’è qualcuno che sta male, ma non siamo noi, ed è quasi un sollievo sapere che qualcosa ci abbia sfiorato e che si è rivolta altrove, una prece per lui. Ogni giorno si teme di scorgerlo infine spento, accarezzato dalla mano de Dios. Ogni giorno si sogna di rivederlo affacciato a una finestra, con la sua faccia da indio maligno e gli occhi da bambino sincero. I maradonari non aspettano altro, in un caso o nell’altro, pronti ad accusare il resto del mondo, rompendo gli specchi per non vedere se stessi, preparati ad accendere altri ceri. E la storia non finirà. Mai.