Diego, Del Piero e il fattore «D»: due personaggi in cerca d’autore

Quattro sconfitte nelle ultime cinque partite. Poco mancava che quelli di Sky stappassero lo champagne e brindassero con Blanc e Ferrara. La Juventus continua a buscarle ma il progetto va avanti, come dice il suo uno e trino massimo dirigente, la Juventus «ha ritrovato lo spirito» ma prende tre gol dal Bari, robetta in confronto alla mission. Però qualcosa, nel gioco del football, significa.
Significa, per chi studia il gioco medesimo, che a parte la iella, il ciuffo d’erba e la deviazione, la squadra non è quella che il suo allenatore vorrebbe o, almeno sognerebbe. C’è un fattore D che agita l’ambiente bianconero: D come Diego e D come Del Piero, due personaggi in cerca di autore. Il primo, laser a parte, non vede più la porta e anche il gioco.
Dicono che i brasiliani o soffrano di saudade oppure si deprimano oppure vadano in discodance. Diego, di sicuro, ha poco da ballare, è un calciatore immalinconito, intristito, con la frizione che slitta. Se dovesse cucinare un uovo al tegame probabilmente brucerebbe il contenuto e il contenitore. Del Piero poi è come prima più di prima, di nuovo all’inseguimento della forma perduta. Non si sa bene dove e quando ma sono tutti in coda all’ufficio oggetti smarriti, Del Piero va protetto, ha i suoi anni ma ha il diritto dovere di essere titolare. Così sembrava fino a sabato pomeriggio, dopo le scelte di Ferrara contro l’Inter e il Bayern. E invece, di colpo, il capitano, che fu, è rimasto per novanta minuti in panchina, anzi, a essere precisi, ha provveduto anche alla famosa fase di riscaldamento ma poi ha indicato lui stesso a Giovinco di entrare in partita.
Ora c’è poco da dire e da scrivere: la Juventus senza Sissoko, Chiellini e Iaquinta è una squadra di margine, se poi si aggiunge il bluff storico e strapagato (si dovrà pur indagare un giorno) di Felipe Melo e i down di Diego e di Del Piero, dove va a finire il progetto di monsieur le president? Va a finire nel nuovo stadio, nell’immagine da riverniciare mentre girano le voci che Roberto Bettega, assolto (nonostante la richiesta di patteggiamento della società di Elkann) nella vicenda del doping amministrativo, possa tornare alle dipendenze di chi gli aveva tolto anche la scrivania oltre a non rinnovargli il mandato per motivi di pendenza legale. Non so con quale faccia e sangue Bettega possa ripresentarsi davanti a «coloro i quali», comunque c’è da chiedersi perché mai la stessa Juventus che ha fatto fuori Tardelli debba accendere un lumino al santino di Bettega che faceva parte della triade, disonesta e «abbandonata» per stare ai pensieri e alle parole di John Elkann dopo l’ultima partita di Bari, quella dello scudetto revocato.
Ma mi sembra inutile cercare una logica nei comportamenti e nelle scelte della società la cui immagine viene difesa spesso in televisione da persone estranee alla società stessa. Mettere a fuoco nel mirino Ciro Ferrara è un gioco scontato e furbastro ma chi ha supportato o aiutato l’allenatore in questi mesi? Supporto e aiuto di ogni tipo, psicologico, tecnico, tattico, quasi strategico. E invece Ferrara rischia di finire la sua carriera di allenatore ancora prima di incominciare e non per responsabilità esclusive sue. Troppo facile dire che «Ferrara non si tocca e si va avanti così», anche perché sorge il dubbio che non si saprebbe chi mettere al posto di Ciro, visto l’impegno assunto con Lippi.
Ma la Juventus del dopo Calciopoli è già un miracolo per il quale deve ringraziare i sopravvissuti e i giovani virgulti covati dal vecchio regime, non certo gli Andrade o gli Almiron, i Thiago o i Poulsen che sono saliti sul treno in corsa, con posto riservato in prima classe. I conti andranno fatti a fine stagione ma le quattro ultime sconfitte in cinque partite dovrebbero bastare e avanzare per prendere alcune decisioni. A Torino qualcuno ricorda che don Abbondio vestiva in bianconero.