Dietro Diana un corteo lungo 10 anni

Il Big Ben è fermo. Per manutenzione. Londra prepara un venerdì di cerimonia. Dieci anni dopo, l’Inghilterra non è cambiata, resiste la sterlina, resistono i bus a due piani, resiste la guida a destra, resiste la sbronza da week end. Resiste Diana Spencer principessa di Buckingham. Vive, nella memoria, vive nei gadget, vive nei concerti, vive nelle fotografie e nei filmati d’epoca, vive nel volto di William e Harry, vive nel mezzo sorriso di Charles. E pure nel mezzo ghigno di Camilla.
È una storia, la sua, antica. Di facilissima comprensione. Non per certi corsivisti, l’Unità di ieri ne è conferma, che si stanno esibendo per rendere debole il personaggio, vuoto, mediocre, addirittura disegnandola come immagine tipica della nostra epoca che sostituisce la realtà con il reality show. Dimenticano le storie di principi e principesse, morte, uccise, svanite, quelle storie che appartengono da sempre al mondo delle favole. Queste ci «arrapano», il verbo è utilizzato da James Ellroy, lo scrittore americano di noir, citato ad esempio confortante dalla stessa Unità per spiegare il fenomeno e «l’impasto tragico e triviale di star system e criminalità che affligge il nostro Paese». Forse per Ellroy e per il corsivista la principessa sul pisello era una fiaba porno, se ne potrebbe riparlare, magari in un noir.
Lady Diana, allora, è semplicemente immagine e memoria di una donna bella, di una dama di corte, pubblica, rivestita da un sarto italiano, Versace, fotografata da grandi fotoreporter (Mario Testino, che sarà tra gli invitati alla celebrazione di domani, ha messo all’asta in beneficenza per il popolo peruviano l’istantanea in bianco e nero di Diana, sorridente e malinconica). È l’immagine di una inglese, dettaglio non marginale, perché il made in England è un valore aggiunto, seppoi questo ha a che fare con la famiglia Windsor allora può diventare un film da Oscar, come è accaduto.
Il ricordo di lady Diana è dunque fortissimo, un po’ meno lo è per Henry Paul, capo della sicurezza dell’hotel Ritz e driver della Mercedes, «il colpevole», ubriaco e drogato secondo la versione usa e getta. E chi domani regalerà un pensiero a Dody Fayed, morto pure lui in quella notte? Lo farà suo padre, Mohammed Fayed, domani mattina, alle 10, un’ora prima della funzione fissata a Wellington Barracks in Birdcage Walk. Lui osserverà due minuti di silenzio, davanti alla statua in bronzo di Dodi e Diana, al primo piano di Harrod’s e tutto il magazzino si fermerà, le scale mobili, le voci, i mercanti. Al Fayed non andrà alla cerimonia, per lui è stato un omicidio, un complotto criminale, il caso è stato riaperto, la baronessa Elisabeth Butler Sloss, incaricata della vicenda, ha rassegnato le dimissioni ancor prima di avviare le indagini che partiranno il prossimo due di ottobre sotto il controllo di Scott Baker.
Il padre resterà dentro il suo palazzo, in chiesa ci saranno le due sorelle di Dodi, una si chiama Jasmine e l’altra, sembra uno scherzo, porta il nome di Camilla. Ci saranno Elisabetta e suo marito, costretti al cordoglio. Ci saranno Elton John e Cliff Richard, John Major, Tony Blair e Gordon Brown ma non Sarah Ferguson che è stata allontanata dalla famiglia mentre Camilla Parker duchessa di Cornovaglia, nonostante l’invito di Harry e William, ha voluto e dovuto rinunciare «sarei stata di distrazione». Il Sun l’ha fotografata, incappucciata e con un bastone, secondo repertorio classico della signora, mentre passeggia tra i boschi, probabilmente questa sarà l’occupazione odierna della «terza persona» come la definiva Diana. Anche questa è una scena antica, il tradimento, l’amore tormentato, prima clandestino poi intercettato e infine svenduto, con la perfidia mercenaria di giornalisti confidenti più che amici, Tina Brown, ultima del corteo con il suo dissacrante «The Diana Chronicles», o ancora stallieri e maggiordomi, Paul Burrel, il primo fra questi, che ha preferito restarsene in America evitando l’invito e contando i denari milionari ricavati dai suoi scoop, dal dvd ai libri, dalle tazze di the con propria effigie a corte, ai vini di cui è produttore. Ma il business attorno a Diana non è Diana, il marchettificio di questi dieci anni, incominciato già sotto il ponte de l’Alma a Parigi, non ha nulla a che fare con un personaggio che fuggiva e sfuggiva allo show volgare. Lo show montato per smontare la principessa, per ridare forse luce alla famiglia reale che si è di nuovo unita attorno ai due eredi, quasi spostando in seconda fila Charles e la sua consorte scomoda. La gente di Londra protesta perché non potrà assistere alla funzione, non ci saranno maxischermi anche se Bbc e Itv trasmetteranno in diretta l’evento. Lungo le strade non ci sarà la folla che in quella mattina bianca del sei settembre del millenovecentonovantasette accompagnò, nel silenzio, il carro funebre. Finirà tutto all’una e mezzo, ora di Londra. Senza il suono del Big Ben. Poi, come accade da dieci anni, il popolo tornerà a parlare, a scrivere e a pregare per Diana Spencer.
Tony Damascelli