Dietro i monti Iblei la pittura di Cilia spazia sull’infinito

Laura Gigliotti

Sono tutti acrilici i quaranta dipinti, alcuni di grande formato, che Franco Cilia espone nella Sala Giubileo del Vittoriano fino a domani. Una scelta non casuale. «Volevo che fosse come una casa con delle finestre che dovevano avere tutte la stessa materia, la stessa densità, come immagini cinematiche, una dietro l’altra, le 24 ore del giorno, dall’alba al tramonto». Emanano luce, la luce dei monti Iblei della natia Sicilia, i grandi e sconfinati paesaggi di Cilia, esplosioni cromatiche, «eruzioni» di luce e di colore, pulviscoli iridescenti e nello stesso tempo immagini di sogno e d’inquietudine. Cieli e mari mentali dopo essere stati esperienza visiva. I colori della vita che una volta il pittore non vedeva, ma che ha immagazzinato e fatto propri in una personalissima rielaborazione.
Il suo padre artistico è stato Federico Zeri, il grande critico e storico dell’arte scomparso pochi anni fa. Il riconoscimento esplicito è già nel titolo della mostra «Colori per Federico Zeri». Fu Zeri, infatti, all’inizio degli anni Novanta a indirizzarlo verso quella pittura d’infinito che è oggi la sua cifra esclusiva. Dopo Weimar e la mostra dal titolo emblematico «Cilia è morto», racconta l’artista, è l’incontro con Zeri, a cui invia dapprima un disegno e poi una cartolina dipinta, a segnare il suo cammino. «Mi faccia dei cieli con l’orizzonte e basta», gli scrive Zeri incoraggiandolo a continuare. È da allora, confessa l’artista, che inizia la sua metamorfosi, la sua rinascita. Elimina tutto quello che faceva prima, le pietre scolpite e dipinte, il figurativo, i mostri, il mondo di Goya, il mondo islamico, per dedicarsi interamente a una sorta d’indagine sull’infinito. I cieli, le nuvole, il mare, in un viaggio che, secondo Zeri, partendo da Goya lo ha avvicinato a William Turner, attraverso la mediazione degli espressionisti tedeschi, di Nolde in particolare, che non a caso amava Goya. E così il cerchio si chiude.
«Ma non si tratta di un discepolato - precisa il professor Claudio Strinati curatore della rassegna romana - Cilia è vicino a Turner, impara da lui e va al di là di Turner». Che del resto, l’artista non conosceva prima che Zeri gliene parlasse. Ma accanto a Zeri, tanto diverso da lui, compare vicino a Cilia un altro nume tutelare, Mario Luzi. Conosciuto nel 1970, dietro le maschere nauseanti di Cilia Luzi intravede con l’acuta sensibilità del poeta, aperture inedite di delicatezza. Ed è da questo inusuale sodalizio con Zeri e Luzi che nasce nel 1997 quel «Viaggio intorno a Turner», presentato al Palazzo della Regione Sicilia a Palermo che segna la sua metamorfosi.
Una pittura quella di Cilia intrisa di luce accecante, limpida, che porta fuori e che richiama, secondo Strinati, il senso dell’infinito della poesia di Leopardi. Il pittore, che vuole dare l’idea di spazi sconfinati raggiunge lo scopo utilizzando pochi elementi essenziali. Ma questa ricerca di essenzialità non gli fa sfuggire di mano la forma, non lo conduce all’astrazione. Egli continua a rappresentare il mare, le spiagge, il cielo e le persone anche se piccolissime o dalla consistenza larvale come nei dipinti ispirati alla Divina Commedia. Immagini ridotte all’osso, immagini che stanno scomparendo più che formarsi.
Complesso del Vittoriano, via San Pietro in Carcere, telefono 06-6780664. Orario: tutti i giorni 9.30-19.30. Fino al 31 luglio. Ingresso libero.