Dietro l’antiamericanismo c’è la paura della Storia

E se la religione antiamericana dell’Europa, alla quale ieri Fiamma Nirenstein ha dedicato un lucidissimo articolo, nascesse dalla coscienza della propria irrilevanza militare, e per ciò stesso politica, nella micidiale partita oggi in corso sulla terra tra le vere grandi forze in campo?
Se cioè sotto sotto la cara vecchietta sapesse bene che il vero grande motivo per cui si è messa a sventolare sogni di pace perpetua è che ormai, avendo lasciato da mezzo secolo e rotti che a fronteggiare ogni attacco all’Occidente da parte dei suoi nemici provvedesse il detestato amiko amerikano, fomentando contestualmente nei propri popoli l’idea la guerra sia un’antica pratica barbarica, non è più in grado di opporre a un qualsiasi aggressore deciso a spezzarle le reni nemmeno una cerbottana?
E se un ingrediente essenziale di quel miscuglio di impotenza e boria di cui si nutre questa vanesia Europa pacifista senza se e senza ma fosse il non esaltante ricordo di quel che le accadde durante la prima metà del secolo appena defunto, quando avendo per l’ultima volta inseguito eroici sogni di gloria mediante due grandi conflagrazioni mondiali, si vide a un certo punto trasformata, dalla costa atlantica agli Urali, in un solo splendido paradiso totalitario, diviso suppergiù in due grandi sfere, quella del gulag e quella del lager, ragion per cui dovette rassegnarsi a farsi trarre in extremis dal fango in cui era precipitata proprio da quei cafoni del Nuovo Mondo, senza l’intervento dei quale sarebbe finita o tutta in bocca a Baffetto o tutta in bocca a Baffone, o magari in bocca a tutti e due?
E se infine il centro del problema dei rapporti fra gli Stati Uniti e l’Europa fosse una «differenza» che riguarda, né più né meno, il nichilismo europeo? Non quello di cui scribacchiano i nostri filosofanti politicamente corretti ma quello oggi fomenta concretamente la mentalità europea? E che non consiste, come generalmente si suppone, nel non credere più nell’esistenza del «bene» bensì nel non credere più in quella del «male».
La nostra cara Europa è infatti anche oggi sempre pronta a votarsi a qualche causa per lei equivalente al «bene»: pacifismo, ecologismo, laicismo, multiculturalismo, solidarismo e simili... Nonché, all’occorrenza (perché no?) a qualche più antico ma sempre caro idealone; comunismo, socialismo, riformismo... Qualche suo frammento non ha poi mai smesso di apprezzare il «bene» racchiuso in qualche altra vecchia causa decisamente più nera che rossa, tipo razzismo o antisemitismo... È ormai chiaro, tuttavia, che la delicata signora non è più minimamente disposta e credere che possa esistere un «male» degno di questo antichissimo nome e perciò di essere combattuto. Ed è proprio questa mancanza di fede nel «male» la vera profonda ragione dell’atteggiamento che essa ha assunto verso la minaccia del terrorismo islamista, oscillante, com’è noto, fra l’indifferenza, la viltà, la sotterranea intesa o l’aperta complicità.
Ai più soavi devoti di questa fede basata non sul rifiuto del male ma sul divieto di riconoscerlo converrebbe forse ricordare che la massima astuzia del Maligno (parola di Charles Baudelaire) sta nel far credere di non esistere.
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