Dietro l’obiettivo in cerca di Caravaggio

Nica Fiori

La luce è indubbiamente il soggetto fondamentale della produzione artistica del grande fotografo Rolf Koppel, del quale la Galleria Luxardo (via Tor di Nona, 39) propone l’interessante mostra «Light in dark», che documenta il suo lavoro dal 1976 a oggi. Fino al 20 novembre sono esposte una quarantina di opere raffiguranti nature morte, nudi e paesaggi: tutte fotografie in bianco e nero caratterizzate da una continua ricerca di effetti luministici.
Come avviene in ogni spazio architettonico, è la luce che dà vita e movimento alle forme. Con la luce si compie un atto liberatorio che dissolve l’oscurità, per ritrovare al di là di essa la pura luce intellettuale, aspirazione suprema di molti artisti.
Pur essendo di origine tedesca (è nato nel 1937 ad Amburgo), Koppel vive e lavora a Santa Fè (nel New Mexico, Stati Uniti) e può essere inserito a pieno titolo in quella tradizione fotografica americana che vede tra i suoi maggiori esponenti Edward Weston e Ansel Adams. Il suo linguaggio è colto e raffinato, con continui richiami all’arte antica, ma anche al Bauhaus e al costruttivismo. Egli si è dedicato ai generi classici della fotografia e dell’arte figurativa, evidenziando atteggiamenti diversi, dall’opulenza barocca delle sue nature morte, ridondanti di frutti, fiori e drappi, fino all’immagine essenziale di altri soggetti, come le stelle dei suoi paesaggi notturni.
Come scrive il curatore della mostra Peter Weiermair, Koppel potrebbe essere definito «un classicista e un eccentrico». Tuttavia lo si potrebbe ugualmente considerare «un romantico, un simbolista o uno spirito barocco». Koppel, pur citando gli autori del passato, cambia «registro», come dimostra, fra l’altro, il suo rapporto con la musica; rompe gli schemi inserendo «elementi di disturbo che funzionano come autentici fattori irritanti, come espressione di una sensibilità contemporanea».
Molte delle sue opere ricordano i primi fotografi dell’Ottocento, come ad esempio i bicchieri su fondo scuro di Fox Talbot. Ma il suo rapporto con la storia della fotografia non si limita alla ripetizione di posizioni storiche, arricchendosi di una rielaborazione interiore, di un gioco di allusioni. Anche i pittori e gli scultori del passato sono ampiamente citati.
Egli è affascinato dalla pittura d’interni di Vermeer, dalle nature morte di Chardin, che sembrano brillare di luce propria, ma anche dalle luci drammatiche, teatrali di Goya e soprattutto di Caravaggio, al quale si ispira per i nudi di giovani e di fanciulli, dalla forte carica erotica.

«Light in dark», alla Galleria Luxardo, via Tor di Nona, 39, da martedì a sabato 16-19.30.