Dietro a ogni porta, un falso perfetto

da Pechino

Doris è una delle migliori guide turistiche di Pechino. Guadagna più di quelle che lavorano per il governo, ma in compenso non ha nessuna garanzia previdenziale e può parlare liberamente degli studenti che sono morti in piazza Tienanmen nel '79 quando lei era ancora in fasce. Così ci è sembrato giusto chiederle notizie sulle griffe contraffatte che dalla Cina invadono i mercati occidentali legandosi con la criminalità organizzata dei nostri paesi. Evidentemente non ci siamo spiegate bene, oppure Doris è una fine psicologa oltre che un'ottima guida. «Lasciamo le macchine qui e andiamo a piedi, sono pochi passi», ha detto. Poi in lontananza si è profilata una guardia e lei come se niente fosse ci ha spinte su un risciò suggerendoci di abbassare la faccia per tutto il tragitto. Eravamo davanti al Pearl Market, un megastore governativo dove sono tenuti a darti il certificato d'autenticità anche se acquisti un paio di orecchini da 400 yuan che corrispondono a 40 euro. Il conducente del risciò non ha dovuto pedalare molto per scaricarci davanti a un condominio scarsamente illuminato e dall'aria davvero sinistra.
Nell’atrio maleodorante due uomini giocavano a carte e una ragazzina aspettava davanti all'ascensore con uno sguardo a dir poco truce. Doris deve aver detto una specie di parola d'ordine, perché in un baleno il clima è diventato molto più accogliente. Uno degli uomini ha citofonato, l'altro ci ha sorriso e la ragazzina si è infilata con noi nell'ascensore fino al sesto piano. Qui c'erano almeno 10 porte tutte uguali, ma Doris sapeva dove bussare. Dentro c'era di tutto: intere collezioni di falsi Chanel, Vuitton, Gucci e Prada. A quel punto abbiamo perso ogni ritegno. I prezzi erano incredibili, le copie in alcuni casi sembravano perfino meglio degli originali. «Chiedigli se hanno qualcosa di Bottega Veneta», abbiamo detto a Doris con il perverso intento di metterla in difficoltà. Infatti la lussuosa griffe controllata dal Gruppo Gucci sta cominciando adesso a subire la piaga della contraffazione ma nei negozi Zara di Parigi le borsette che imitano (e per di più male) la classica pelle intrecciata con cui tutti gli esperti di moda identificano il marchio, costano un occhio della testa. Si è aperta una porta alle nostre spalle e da lì è entrata una signora con almeno 10 varianti di colore del modello «Cabat» che da noi costa la bellezza di 3500 e fa impazzire tutte le modaiole del mondo. Anche noi. Che vergognandoci come ladre ne abbiamo comprata una in pelle argentata, la più bella di tutte. Costo: 50 euro. Qualità neanche lontanamente paragonabile a quella vera, però... A questo punto volevamo sapere cosa avevano di Versace, ma Doris è troppo furba per cascare nel tranello e ci ha viste parlare fitto fitto con Donatella durante la visita guidata di Pechino. «Versace non c'è», ha sentenziato. «Mentiva sapendo di mentire», ci ha poi spiegato Francesco Sisci, autore del bellissimo libro Chi ha paura della Cina appena pubblicato da Neri Pozza. «Il mercato dei falsi per i prodotti di lusso è una forma di pubblicità gratuita sul mercato cinese: senza ci vorrebbe troppo tempo per farsi conoscere davvero bene in un paese immenso come questo», sostiene infatti l'unico consulente straniero della rivista Zhanglue yu guanlii («strategia e gestione») il più prestigioso bimestrale di politica ed economia in Cina. Peccato che il primo ministro Wen abbia dichiarato: «Tratteremo i falsari con la durezza dell'acciaio, non con quella della soia». Forse Doris non lo sa. E certo fa orecchie da mercante come tutti i cinesi.