Ma dietro il potere non c’è solo crimine

Ma che Paese esce da questa infinita sequenza di corruzione che invade l’Italia come l’onda nera di liquame del Lambro? Abbiamo perso non solo il conto e la trama di quest’horror quotidiano, ma non cogliamo più i nessi, le relazioni tra personaggi, filoni e gruppi. Ogni giorno è di scena un potente che ci viene presentato come criminale e che si presenta a sua volta come vittima innocente. E tu capisci di trovarti di fronte ad un crimine e a una menzogna, ma non sai più dire da parte di chi, se dell’accusato, se dell’accusatore, se magari di tutti e due. La verità sparisce, resta solo il male ed una nausea collettiva universale.
Non riesco più a seguire questo reality show, questo serial interminabile. Mi sforzo di spostare l’attenzione sull’utente, il cittadino, il telespettatore e torno a domandare: come ne esce da questa infinita sequenza di corruzione? Ne esce con una sola convinzione che ben riassunse Honorè de Balzac: dietro ogni grande fortuna c’è un crimine. Ovvero, dietro ogni potere, ogni fortuna, ogni notorietà c’è corruzione. Considerazione che non risparmia niente e nessuno, gli accusati, gli accusatori, i narratori. Ovvero i potenti, ma inclusi i magistrati, e anche i giornalisti. Basta un nome citato in una telefonata e sei dentro il liquame. Hai avuto la nomination, ci sei pure tu. Dai politici ai manager, dagli inquisiti agli inquirenti, dai telefoni al televoto, dall’onda nera non si salva nessuno. Perfino le istituzioni più benemerite e i personaggi più positivi: Bertolaso e la Protezione civile, tra breve anche il volontariato, i carabinieri, le suore di clausura. Questa dannazione universale, ripetuta, allargata come la macchia vischiosa del Lambro, comincia sempre da un’intercettazione, magari passa da un’avventura erotica e tossica, e finisce sempre a tangenti e corruzione. La corruzione perfetta fa coincidere il mezzo con lo scopo: ad esempio parte dai telefoni e finisce ai telefoni, come è stato il caso di Fastweb e Telecom. Una voce che diventa verità. Tariffa agevolata, uno scatto di manette alla risposta.
Il tragico è che non si distingue più tra i colpevoli, i complici, gli involontari agenti, gli estranei, le vittime. O, al contrario, tra gli inquisitori si confondono i cercatori di verità e i venditori di complotti, i servitori dello Stato e i servitori dell’Odio, i giusti, i persecutori e gli ignari esecutori. Si perdono i confini, i contorni. A chi credere, dopo un ciclone come questo? Solo a se stessi; no nemmeno, solo ai propri comodi, a salvare la propria pellaccia. A questo porta il giudizio universale e la dannazione nel liquame. Se ha ragione Balzac e ogni potere regge su un crimine, allora non resta che assuefarsi al crimine, delegittimare ogni potere, portare a casa vantaggi personali, perdere ogni fiducia, coltivare i propri crimini o la propria immunità al buio, in silenzio.
Non riesco più a vedere un filo, un disegno. Né criminale né giudiziario. Vedo una maionese impazzita, che monta, monta, e la chiamo maionese o liquame come Berlusconi la chiama fango, ma si sa che la parola giusta è un’altra. Persino lui ha dovuto inventarsi i pasdaran, i guardiani del Bene per combattere il Male per dare una risposta alla marea che sale. Io non mi sento di dire né mettete in galera tutti né fermate i magistrati e le loro inchieste. Continuo a credere che ci siano gradi e livelli diversi di colpa, non accetto le semplificazioni manichee di ogni tipo. Ma che posso fare io, italiano singolo, io, cittadino e spettatore, toccato dallo schermo tridimensionale, anzi, di più, pentadimensionale perché colpisce pure l’olfatto e il gusto? Mi sconforta non avere una risposta, mi disgusta perfino denunciarlo perché è un esercizio retorico e mira solo a chiamarsi fuori come anime belle. Vorrei rispondere in altro modo ma non so come. Non invoco nessuna rivoluzione perché so che le rivoluzioni finiscono peggio dei poteri che vogliono abbattere; costano sangue e sacrifici e alla fine, quando la tensione finalmente allenta, tutto si riforma come prima. Accadde dopo il biennio furioso di Tangentopoli, dopo la caduta di mezza classe dirigente. Calò la corruzione in Italia, migliorò il quadro generale, perfino i treni erano puntuali dopo gli scandali delle Ferrovie e i tagli. Poi, lentamente ma inesorabilmente, si ritornò, in forme nuove, con soggetti nuovi, al Mal’andazzo.
L’unica risposta realista è distinguere, circoscrivere, non perdere di vista gli scopi ultimi, sapere distinguere tra l’accessorio e l’essenziale, e tra gradi diversi di colpa, non lasciarsi prendere dalla voluttà della catastrofe. Quando si titola, come fa la Repubblica, che la ’ndrangheta è entrata in Parlamento con Di Girolamo (in quota Fini, precisa qualcuno), si dice una doppia bugia: primo, perché non è una new entry, giacché con la mafia e la camorra, suoi emissari già sedevano in tanti Parlamenti precedenti, dall’Unità d’Italia in poi. Secondo, perché uno o più parlamentari collusi o servi della criminalità non vogliono dire che il Parlamento o il governo obbedisca alla ’ndrangheta. Non dimentichiamo che mai come in quest’ultimi tempi sono state sgominate cosche e arrestati esponenti mafiosi. Anche le intercettazioni a volte, sì, gettano fango a vanvera, ma tante volte sono solo flatulenze, gas e fuffa. Ho ascoltato attentamente alcune intercettazioni in tv, altre ne ho lette sui giornali, da Santoro erano addirittura sceneggiate e recitate: ma dietro la cornice inquietante con cui venivano presentate, non c’era niente, discorsi insignificanti. Apprensioni per i figli, frasi mozze e banali venivano lette come messaggi in codice. Manteniamo la lucidità, colpiamo i colpevoli, ma circoscriviamo il Liquame. Se ci lasciamo condurre dal panico è finita. E poi non esagerate con Balzac. Dietro ogni fortuna non sempre c’è un crimine. A volte c’è culo, a volte c’è persino talento.