Dietro quei «no» c’è tutta la miopia dei poteri forti

Arturo Gismondi

C’è chi segue con interesse le vicende post-elettorali del Corriere della Sera e si sforza di rintracciare negli accenti critici esibiti dinanzi alla pessima prova del governo Prodi i segni del disappunto per un risultato che proprio al Nord ha smentito l’efficacia dell’appello al voto per il centrosinistra.
In questa sia pure ristretta cerchia di esegeti ha suscitato meraviglia che il lancio della campagna elettorale per il referendum del 25 giugno sia stato nella sostanza affidato a Giovanni Sartori che ha affrontato l’argomento con una serie di articoli gagliardamente schierati per il «no». In uno di essi, Sartori ha tirato in ballo la Rai, e non solo per la sua incapacità di illustrare una materia del resto intricata fino a renderla comprensibile al grande pubblico. Ha fatto di più, è arrivato ad accusare direttori e giornalisti di tenere per il «sì», argomento incredibile, ma pericoloso. Che si presta comunque alla campagna dell’Unità, di esponenti del «partito Rai» alla Giulietti, che non mancano di attribuire i guai del servizio pubblico, come ha fatto del resto Sartori, al fatto che «niente è cambiato» dopo le elezioni.
L’uso da parte di Sartori di argomenti e parole d’ordine che preludono a una nuova e diversa spartizione di poltrone e poltroncine in Viale Mazzini è probabilmente involontario, la verve del polemista, scambiata per spirito sopraffino, non è sempre di buona lega, e talvolta pesca dove può. Resta il fatto che il Corriere, in un argomento come il referendum sulla riforma costituzionale, trova il modo di schierarsi, e di farlo anche con una certa pesantezza. Tanto meno comprensibile visto che nel centrosinistra, che pure si batte per il «no», esiste la preoccupazione esposta da giuristi come Barbera e Ceccanti che il voto seppellisca definitivamente i tentativi, che si succedono da decenni, di una riforma della seconda parte della Costituzione, quella che riguarda i meccanismi politici che sovrintendono al funzionamento delle nostre istituzioni.
I giuristi citati chiedono che il lavoro fin qui fatto per affrontare il tema della riforma istituzionale non vada perduto. Nessuno ha dimenticato che il primo tentativo dei partiti tutti di una riforma delle istituzioni risale ai primi anni ’80, con la Commissione Bozzi, seguita negli anni ’90 dalla Commissione presieduta prima da De Mita poi da Nilde Iotti, e che l’ultimo tentativo, qualche anno più tardi, fu la Bicamerale presieduta da D’Alema.
Ma il caso del Corriere non è rimasto isolato. Per esempio: nei giorni scorsi La Stampa, in un editoriale di Luigi La Spina, si preoccupava di fustigare il centrosinistra che a dieci giorni dal voto non si mobilitava abbastanza per il «no», arrivando a paventare, con accenti toccanti, la vittoria del «sì» come una sorte di jattura nazionale.
Il terzo quotidiano del Nord che fa capo direttamente a Confindustria ha tenuto un atteggiamento meno coinvolto, come è nel suo stile, ma non è passato inosservato un titolo di apertura in data 12 giugno così concepito: occhiello, «Verso il referendum la spesa locale in base alle competenze previste dalla riforma costituzionale». E, in grosso, il titolo: «Devolution da 270 miliardi».
Insomma i giornali di proprietà dell’establishment bancario, finanziario e industriale, più direttamente legati a quella che una volta si sarebbe definita la buona borghesia del Nord, non possono nascondere il pessimo esito del voto del 9 aprile, debbono notare le prove di inefficienza, lo scollamento, i litigi, l’abbuffata di poltrone alle quali abbiamo assistito. Non possono non farlo, se Repubblica, da sempre schierato a sinistra, ha dedicato allo spettacolo di questo mese un fondo di Scalfari nel quale si parla di un governo che ha dato di sé «una immagine scomposta, sciancata, mediocre».
Stupisce che a una prova come quella del referendum giornali importanti tornino a parteggiare apertamente per le parole d’ordine della sinistra. Vicenza, Verona, l’Assemblea nazionale di Confindustria a Roma e il voto del Nord hanno mostrato dove batte il cuore dei ceti produttivi del Paese. Ma - stando almeno ai fatti - non smuovono dalle loro certezze gli apparati editoriali e culturali che continuano, sordi e ciechi, a guardare a sinistra.
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