Dietro le quinte c’è qualcuno che soffia sul fuoco

È solo un sospetto, ma molto fondato. E non solo perché ad avanzarlo è Stratfor, uno dei più attenti centri studi americani. Nella polemica che ormai da cinque giorni oppone l’Islam al Vaticano si percepisce un che di anomalo, di innaturale. Diciamola tutta: di strumentale. Che molti musulmani potessero sentirsi offesi dalla controversa citazione di un giudizio medievale era plausibile. Ma poi il Pontefice ha espresso il suo profondo rammarico e il Vaticano ha utilizzato ogni canale per precisare, chiarire, quietare gli animi, a riprova della sincerità delle intenzioni della Santa Sede. Qualcuno, nel mondo islamico, ha capito. E ha teso la mano, come il ministro degli Esteri turco Abdullah Gul o il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono. Persino il primo ministro palestinese Ismail Haniyeh, di Hamas, che inizialmente aveva rilasciato dichiarazioni incendiarie, si è rapidamente ricreduto quando ha visto che le sue parole sono state interpretate alla lettera dai fanatici che hanno incendiato le chiese.
Eppure la tensione non cala. Anzi, aumenta. Perché, ancora una volta, l’ala più estremista del mondo islamico dimostra di aver imparato come si gestiscono i media nell’era della comunicazione globale, come si riesce a manipolare l’opinione pubblica internazionale. In luglio gli Hezbollah hanno stravinto la guerra mediatica con Israele. E oggi sappiamo che la crisi delle vignette dello scorso febbraio era stata montata ad arte da alcuni imam con la complicità di certi regimi arabi. In queste ore assistiamo al bis. Anche adesso c’è una convergenza di interessi tra predicatori fondamentalisti e singoli governi. A cambiare, oltre al contesto, sono gli scopi. Sette mesi fa l’obiettivo era di rafforzare la diaspora musulmana in Europa, approfittando di una fase di debolezza dell’Occidente, demoralizzato dalla guerra civile in Irak e sorpreso dal successo di Hamas in Palestina. Oggi invece la crisi è usata come un diversivo o a fini propagandistici.
Chi sta urlando di più? Innanzitutto l’Iran, che ha tutto l’interesse ad alimentare un clima conflittuale tra Islam e Occidente, per sviare l’attenzione della comunità internazionale dalla diatriba sul suo programma nucleare. Poi Al Qaida, che ha perso gran parte delle proprie capacità operative e che, essendo stata spodestata nel cuore delle masse musulmane da Hezbollah, vede in questa vicenda una formidabile, insperata opportunità mediatica; peraltro pochi giorni dopo la diffusione di uno strano filmato di Bin Laden prima dell’11 settembre e di un lungo e apocalittico discorso di al Zawahiri. Che cosa c’è di più sensazionale di una Fatwa di morte emessa contro Benedetto XVI?
E ancora: i Fratelli Musulmani, giudicando «non chiare» le scuse del papa, continuano a tenere alta la tensione in Egitto, nella speranza di mettere in imbarazzo il governo filo-occidentale dell’odiato Mubarak. Come loro diversi gruppi fondamentalisti in altri Paesi musulmani, a cominciare dal Pakistan. E nessuno si stupisce che in Irak la vicenda sia sfruttata dagli Imam religiosi per galvanizzare i «resistenti».
Non bisogna essere ingenui. L’infortunio del Papa sta diventando un alibi usato da un certo Islam per perseguire interessi che poco hanno a che fare con la sensibilità religiosa.
marcello.foa@ilgiornale.it