Dietro le quinte di Gaza fra politica e business

In attesa di una proroga del cessate il fuoco, si moltiplicano le iniziative che tendono
a ripristinare l’autorità dell’Anp sull’intera striscia, esautorando Hamas. Ma il gioco
è complesso perché in ballo ci sono petrolio, gas, porti. E i pretendenti aumentano
<br />

Hosni Mubarak ci crede. Ha confidato a Frattini, con cui ha bevuto un caffè mercoledì mattina a Sharm-el-Sheikh, che ritiene di poter vincere la resistenza degli ultrà di Hamas tenendo chiuso il valico di Rafah fino a che non tornerà nelle mani degli uomini dell’Anp, cioè del presidente Abu Mazen, ormai nemico pubblico numero uno dei massimalisti della striscia. Come intenda raggiungere il risultato non si sa ancora, ma che Mubarak lo voglia a qualsiasi costo è apparso evidente al ministro degli esteri italiano. E questo non solo perché intende sbaraccare la possibile infezione estremista che gli cresce a due passi da casa e che rischia di aumentare la conflittualità dei fratelli musulmani nei confronti del governo del Cairo, ma anche perché il raìs ha fatto due conti e ha scoperto che proprio con la striscia di Gaza può avviare una serie lucrosa di attività. Per la fettina di territorio palestinese che dà sul mare, ora come non mai infatti sono importanti forniture di petrolio, gas ed acqua. Tutte cose che l’Egitto può oggi riuscire a fornire ricavandone un discreto utile e mettendo una seria ipoteca su quello che può trovarsi in futuro in quelle zone.

Prospezioni geologiche britanniche avrebbero infatti individuato nel mare poco al largo della striscia, quantità non modeste di idrocarburi. Cosa che avrebbe portato Londra a dire subito di sì all’idea di far pattugliare le coste di Gaza per bloccare definitivamente il contrabbando di missili Qassam con cui Hamas per mesi e mesi ha martellato il sud di Israele. Altro paese assai interessato alla ricostruzione – sempre che Hamas ceda il passo e si ripristini il controllo dell’Anp a guida Fatah, è il Giappone. A quanto pare a Tokio sono parecchio interessati all’idea della costruzione di un moderno porto-merci nella striscia che, potrebbe abbreviare la navigazione dei mercantili (esentandoli dalla tassa per il passaggio da Suez) qualora il nuovo porto fosse convenientemente collegato con il golfo di Aqaba. Ma proprio l’ipotesi del petrolio e quella del porto ingolosiscono a quanto pare altri paesi. Come il Sudan che, a parte i motivi religiosi che lo legano strettamente a Teheran, avrebbe favorito di recente il passaggio di armi sul suo territorio in direzione di Gaza, proprio per avere voce in capitolo nel caso Hamas alla fine dovesse prevalere.

E’ insomma una partita doppia che ci si avvia a giocare sulla striscia, sempre che il cessate il fuoco sia prolungato dopo gli incontri che Omar Ssuleiman, capo dei servizi segreti egiziani e braccio destro di Mubarak avrà venerdì (con gli israeliani) e domenica o lunedì prossimi (con i rappresentanti di Hamas). Da un lato tutta politica, e chiara nei termini perché senza il ripristino del governo dell’Anp – magari quello di “consenso nazionale” evocato da Abu Mazen di cui dovrebbero far parte personalità indipendenti dalle due fazioni politiche – non è possibile uno sblocco della situazione in cui vive Gaza, sigillata in tutti i suoi valichi. Sull’altro fronte già si intravedono gli interessi economici su cui si può prefigurare un nuovo scontro. Sarà forse anche per questo che il raìs egiziano, ipotizzando una conferenza di pace, ha detto di volere seduti al tavolo, oltre che Egitto, Israele e Anp, soltanto l’Onu, la Ue, la Banca mondiale, la Norvegia (coordinatrice degli aiuti ai palestinesi) e l’Italia in quanto a capo del G8 per questo 2009. Escludendo non tanto e non solo Usa, Russia e Giappone, ma anche la Lega Araba in cui – si sostiene al Cairo – Siria e Sudan fanno il gioco di Teheran.