Ma dietro le quinte scalpita Tzipi, la pupilla di Ariel

Il vicepremier incassa dai laburisti una promessa di tregua ma si trova davanti un percorso irto di difficoltà

Al vecchio» piacevano entrambi. Del 60enne Ehud Olmert sapeva di potersi fidare. Della 47enne Tzipi Livni annusava l’ambizione, il fascino e il sicuro avvenire. Era bastato il suo primo ictus e la «ragazza» ministro della Giustizia aveva incominciato a scalpitare, a far le bizze per quel posto da successore al vertice di Kadima e nel futuro del paese. Appena uscito dall’ospedale Arik le aveva fatto promettere di non riprovarci più. Così oggi Tzipi - l’avvocato in divisa da tenente che iniziò la sua carriera civile negli uffici del Mossad - è prigioniera di quell’impegno. Ma le sta tanto stretto. Chi la conosce non dimentica la rabbia con cui, nel febbraio 2003, reagì alla decisione di negarle la carica di ministro della Sicurezza, un incarico per molti israeliani non adatto ad una donna, trasferendola al dicastero dell’immigrazione.
Ma Tzipi, la ragazza «pasionaria», la figlia di due militanti dell’Irkud, svezzata al suono delle canzoni di quella milizia irredentista che gli inglesi definivano terrorista, non è donna da arrendersi per così poco. Svolse con dedizione e competenza il proprio ruolo di tutrice degli immigrati e intanto affascinò Sharon con le sue doti di leguleio prestato alla politica. Il suo capolavoro politico fu il compromesso con cui nella primavera 2004 convinse il governo ad approvare soltanto il «principio» del ritiro da Gaza rinviando il voto sull’effettiva evacuazione degli insediamenti ad una data successiva. Lo stile con cui distillò quel documento consentendo ai ministri del Likud di votare il ritiro - pur restando fedeli al referendum interno del 2 maggio che rifiutava il piano nella sua interezza - affascinò anche un premier ruvido come Arik, restio a compromessi e giri di parole. Grazie a quel capolavoro di ambiguità Tzipi riuscì a metter le mani sul ministero della Giustizia lasciato libero dal partito Shinui ed entrare di fatto nella sfera della grande politica nazionale.
Lei, la «piccola Sara» protagonista della canzone «Sulle barricate» con cui la madre commosse migliaia di ex commilitoni dell’Irgun, scelse il momento giusto per emergere dai meandri della politica del Likud. Nonostante quella canzone e il retaggio familiare Tzipi era in fondo il simbolo della moderazione all’interno di un Likud ormai monopolio della destra estrema. Fu lei la prima donna e il primo ministro del Likud a partecipare alle celebrazioni per la morte di Rabin. Ma Tzipi sa anche essere molto dura. Quando lo scorso maggio il suo omologo tedesco, signora Brigitte Zypries, rifiutò d’incontrarla nella sede del ministero di Gerusalemme Est citando l’impossibilità ideologica di riconoscere la parte orientale come territorio israeliano, la Livni cancellò immediatamente l’appuntamento. «Per noi è anche una questione ideologica - fece sapere alla collega - e visto che, secondo lei, l’incontro non si può tenere qui, non si terra da nessuna parte».