Dietro Scarpetta fa capolino Molière

Abiti rappezzati, occhi cerchiati e una presa di maccheroni fumanti che penzolano dall’alto sulla bocca spalancata. È una delle immagini simbolo di Miseria e Nobiltà, commedia scritta da Eduardo Scarpetta nel 1888 e divenuta popolare grazie al film di Mario Mattoli del 1954 con Totò e la Loren. Non è un caso che quell’istantanea - un uomo in piedi su un tavolo che ballando con gli spaghetti in mano cerca di nobilitare la fame atavica con la tarantella - sia diventata il manifesto di uno spettacolo che debutta stasera in prima nazionale al Brancaccio con la regia di Armando Pugliese. Nei panni dell’affamato Felice Sciosciammocca, squattrinato che vive in un sottoscala e s’arrangia facendo lo scrivano, c’è Francesco Paolantoni. Un attore che nonostante l’esteso curriculum televisivo e la fama di comico, per undici anni ha calcato il proscenio spaziando da Shakespeare a Goldoni e da Brecht a Scarpetta. «Entrare nei panni di un personaggio che ha avuto precedenti illustri come Totò e Eduardo mi ha creato qualche problema. Miseria e Nobiltà è una commedia che appartiene alla tradizione, all’inizio non la volevo fare. Sono riuscito a superare il blocco solo grazie al senso di leggerezza infuso da Pugliese» dice Paolantoni, rincuorato anche dalla solidità del cast e dalla sinergia con l’altro protagonista, Nando Paone, impegnato nel ruolo di Pasquale il salassatore. «Nel film Pasquale faceva il fotografo» spiega il regista che è tornato alle origini del copione teatrale imprimendo vivacità al capolavoro di Scarpetta: «la mia visione è in bilico tra l’amore sconfinato per la versione con Totò e l’adattamento di Eduardo».
Fame e cibo. Elementi ritornanti nella commedia in due atti ricca d’attori (14 in tutto), lazzi e tormentoni, con scene di Bruno Garofalo e costumi di Raimonda Gaetani, scritta durante gli anni del cosiddetto sfondamento. «Il periodo del risanamento, perché allora i vicoli a Napoli finivano a tappo e la miseria generava epidemie e disagio sociale».
Erano anni difficili, di carestia e povertà, quelli in cui Matilde Serao scriveva Il ventre di Napoli. Eppure Miseria e Nobilità è un testo brillante perché il lato grottesco prende il sopravvento sul dramma sociale. «Lo considero quasi un testo moliériano - dice Pugliese - perché l’archetipo della fame pervade l’animo di tutti i personaggi».
Repliche fino al 25 novembre.