«Dietro Tangentopoli l’ombra di Cuccia»

Il leader di Mediobanca propose a Craxi: fai un governo tecnico con il Pci. Lui rifiutò. Poco tempo dopo partirono le inchieste

Marianna Bartoccelli

da Roma

Il tentativo di lasciarsi alle spalle la terribile stagione di Tangentopoli nella quale non gli sono certo mancate le denunce e i rinvii a giudizio, Carmelo Conte, ex-potente ministro per le aree urbane del governo Craxi, lo ha iniziato quando ha deciso di entrare nei Ds di Salerno. Una vera e propria cerimonia di insediamento alla presenza di Piero Fassino che con la cooptazione degli ex-socialisti spera di puntare «all’unità socialista». E a quanti, tra i suoi ex-compagni, polemizzavano su quell’adesione rispose: «Perchè no? Per costruire una politica sul rilancio del Mezzogiorno bisogna stare insieme». Adesso l’ex-ministro socialista, uno di quelli più tartassati da procedimenti penali e denunzie, ha deciso di raccontare la sua versione sulla Tangentopoli che affossò i partiti, primo fra tutti il suo, e che fece fuori Bettino Craxi.
Lo fa con un libro che uscirà a breve, Verità Collaborate, che certamente farà scalpore. Conte ha da raccontare molti episodi inediti su quegli anni che dovrebbero servire a spostare il tiro sulle responsabilità della magistratura. «Non sempre i magistrati sono i giocatori principali - è il parere di Conte - anzi spesso possono diventare anche semplici pedine di un gioco che tende a complicarsi più che essere in via di soluzione». E per confermare questa sua tesi nel libro racconta quando nell’estate del 1990 Enrico Cuccia, il grande vecchio della finanza, eterno presidente di Mediobanca volle incontrarsi con Craxi. In quell’occasione Cuccia disse al leader socialista di studiare un progetto di ridimensionamento dei partiti per formare subito un governo di tecnici mandando a casa i politici. Manovra che Craxi avrebbe dovuto fare coinvolgendo anche il Pci. Il presidente di Mediobanca spiegò a Craxi che i poteri economici nazionali erano stufi di un sistema di potere tenuto in mano dai partiti. Era necessaria una svolta per mettere in competizione sui mercati europei e mondiali i grandi gruppi economici e finanziari.
L’episodio, raccontato ieri sulle pagine del quotidiano Il Riformista, ebbe una svolta che determinò la condanna di Craxi e la fine del suo partito. Il leader socialista infatti si rifiutò di portare avanti questo piano. E subito dopo la prima Repubblica sarebbe finita nelle aule di Tribunale. Per Carmelo Conte a dare il via alla stagione delle manette furono quindi i poteri economici e non i magistrati. Aiutati dai servizi segreti che ebbero un ruolo determinante in alcuni episodi della prima Repubblica, come il sequestro Cirillo. L’ex-ministro racconta anche che la via meridionale al socialismo è stata una grande realtà. E che a raccoglierne i frutti aveva cominciato ad essere il Psi e non il Pci come invece finì. A causa di una serie di errori che sembravano provenire dal suo partito ma il vero problema furono i servizi. «In quegli anni, soprattutto in Campania - racconta - c’erano cellule dei servizi in grado di fare da grimaldello per sradicare il funzionamento del sistema democratico». E quello che non riuscirono a fare i partiti fu di sconfiggere la corruzione e la camorra, come invece fecero con il terrorismo. «Ancora oggi mi chiedo perchè» continua Conte.
Un libro insomma che riapre le pagine della complessa storia che dagli anni ’80 porta agli anni ’90 e che ancora presenta tanti buchi neri. Per l’autore comunque è ancora possibile il progetto politico di rilanciare dalla Calabria una via meridionale del riformismo. Progetto che ha ricominciato a tessere, dopo diversi tentativi di rimettere insieme i socialisti, accettando di stare con quelli che certamente, dopo i poteri economici, come spiega nel suo libro e i magistrati, contribuirono alla scomparsa del Psi e dei socialisti.