Dietrofront, in curva son tornati tutti buoni

Povera Italia l’Italia a marcia indietro. Da Dini all’Atalanta si
stanno specializzando tutti a procedere all’inverso. È uno spettacolo
penoso. E pericoloso

Povera Italia l’Italia a marcia indietro. Da Dini all’Atalanta si stanno specializzando tutti a procedere all’inverso. È uno spettacolo penoso. E pericoloso. Si dice una cosa e se ne fa un’altra. Si fa una promessa e non si mantiene. Si minacciano fuoco e fiamme e si usa l’estintore. E il calcio è, purtroppo, diventato lo specchio fedele di questa situazione. Poche ore dopo la morte di Gabriele Sandri nell’area di servizio di Badia al Pino, poche ore dopo la rivolta delle tifoserie di Milano, Bergamo e Taranto, poche ore dopo l’aggressione terroristica di gruppi di ultrà a una caserma di polizia e alla sede del Coni a Roma sembrava che, di fronte all’emergenza, nolenti o volenti fossero tutti d’accordo nel dire basta. Basta alla schiavitù dalle curve più facinorose che ormai decidono se e quando una partita si può giocare. Basta al terrore che blocca le società nell’affrontare questi delinquenti. Basta agli stadi chiusi a bambini e famiglie per la paura che accadano incidenti.
Paladina di questo BASTA a lettere maiuscole si era fatta l’Atalanta i cui ultrà sono tra i più famigerati d’Italia. Aveva cominciato il presidente Ivan Ruggeri a dire «la curva Nord agli ultrà la chiudo io, non ne posso più di questa gente. E chiederò anche i danni». Il giorno dopo sul sito della società era apparsa una lettera firmata dall’allenatore e da tutti i giocatori con cui si abbracciava la dura posizione del patron.
Basta, basta, basta. Fino a ieri. Quando tutti i giocatori hanno letto un comunicato. Anzi una precisazione. Anzi una marcia indietro.
«Ribadiamo fermamente la nostra posizione e il nostro pensiero contro i violenti che devono essere giustamente isolati ma non è giusto criminalizzare la nostra curva Nord, ragazzi che con il loro affetto e il loro calore ci hanno sempre sostenuto...» e bla, bla, bla. Lo sappiamo anche noi, lo sanno tutti che nella curva Nord dello stadio di Bergamo, nella Sud della San Siro rossonera, nella Nord della San Siro nerazzurra, nella curve della Roma, della Lazio, della Juve, del Genoa, della Samp e via discorrendo non ci sono soltanto delinquenti. Ma in quelle curve chi non delinque è complice. Si è mai alzato qualche tifoso non violento a denunciare i violenti, gli ultrà, quelli che sfasciano tutto? Non ci risulta.
Il problema è che l’emergenza sicurezza che ha preso alla gola l’Italia ha azzannato anche il calcio. Non si può continuare sacrificando un morto all’anno - sia esso poliziotto o tifoso - sull’altare dello sport più bello del mondo. È un’emergenza, e l’emergenza va affrontata con la coesione, con la fermezza, con la determinazione, con la costanza. Anche con i sacrifici, di tutti. Società, giocatori, allenatori, tifosi normali. E invece dal mondo del calcio si fanno sempre più frequenti i messaggini d’amore per i tifosi. Ieri Totti inaugurando un nuovo club romanista ha detto: «Che brutto giocare senza i propri tifosi». Certo che è brutto giocare senza i propri tifosi. È brutto non poter passeggiare tranquillamente di sera, è brutto non poter mandare i propri figli a scuola da soli, è brutto non poter ritirare senza paura la propria pensione.
Quante cose sono brutte, più brutte che giocare senza i propri tifosi, molto più brutte. Ma bisogna adeguarsi e non bisogna dare segnali e segni di debolezza altrimenti è la fine. Altrimenti è come per l’emergenza rom. Per non buttare fuori quelli buoni ci teniamo dentro soltanto i cattivi.
Un po’ di coraggio, per favore.