Dietrofront dei curdi: «Pronti alla tregua» Ma Ankara non si fida

I guerriglieri del Pkk vogliono avviare un processo politico La Turchia però non intende legittimarli nonostante preferisca evitare la guerra Tensione al confine con l’Irak

da Istanbul

La Turchia è con il fiato sospeso e il premier Recep Tayyip Erdogan in mezzo a due fuochi. Il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, che lotta per la creazione di uno Stato indipendente in territorio turco, ha dichiarato il cessate il fuoco se Ankara è disposta a rinunciare all’invasione del nord Irak. «Se la Turchia smetterà di attaccarci, i combattimenti si fermeranno e avvieremo un processo politico - si legge nel comunicato ufficiale -, siamo pronti al dialogo e disposti a prendere parte a un processo politico, se ce ne daranno la possibilità». È difficile che la controparte possa accettare, perché sarebbe legittimare un’organizzazione riconosciuta come terroristica e perché il popolo curdo in Turchia ha già un partito che li rappresenta in parlamento e che ha attivato un dialogo proficuo con il governo.
Ma il Paese della Mezzaluna ha reagito positiva alla proposta. Dopo le battaglie di ieri, che sono costate la vita a 17 soldati e a 32 ribelli, l’esecutivo islamico-moderato è ancora determinato a risolvere la questione per via diplomatica. Lo ha detto chiaramente ieri il ministro degli Esteri Ali Babacan, che oggi volerà a Bagdad: «Continueremo queste iniziative diplomatiche con tutte le buone intenzioni per risolvere questo problema provocato da un’organizzazione terroristica - ha spiegato Babacan -. Ma alla fine, se non raggiungessimo alcun risultato, ci sono altri strumenti che potremmo dover usare». Il capo della diplomazia turca sarà ricevuto dal premier, Nouri Al Maliki e del Presidente della Repubblica, Jalal Talabani, di etnia curda e che ha intimato al Pkk di deporre le armi e che ha assicurato l’immediata cessazione degli attacchi. Tutti sperano che la situazione possa essere ricomposta per l’ennesima volta, anche se sul confine la tensione non accenna a diminuire. L’esercito turco ha inviato nuove truppe, per contrastare eventuali altre incursioni dei guerriglieri. Il Pkk, dal canto suo, ha detto di aver fatto prigionieri otto soldati, aggiungendo subito dopo che le loro condizioni sono buone.
La situazione è appesa a un filo, ma in Turchia si respira un cauto ottimismo, nonostante le dichiarazioni del premier Erdogan al Times: «Colpiremo i ribelli iracheni se sarà necessario. Non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno». Proprio a quel «se sarà necessario» si stanno attaccando tutti. Dal presidente della Repubblica Abdullah Gül, che ieri mattina ha ricevuto tutti i rappresentanti delle forze politiche in Parlamento, al vice premier Cemil Cicek, che ha invitato il popolo turco ad avere buon senso e a non cadere nelle provocazioni.
La Turchia vuole dimostrare di essere una nazione e un alleato affidabile. Sa fin troppo bene che l’invasione del territorio iracheno nuocerebbe a loro per primi. Ma deve anche fare i conti con le istanze interne al Paese e probabilmente in questo modo vanno collocate le dichiarazioni di Erdogan. Domenica pomeriggio, alla notizia degli attentati, migliaia di persone, tra cui tanti elettori del partito di governo (Akp), si sono riversate per le strade per manifestare solidarietà alle famiglie delle vittime e per chiedere all’esecutivo di trovare una soluzione efficace e veloce al problema curdo, che si trascina dal 1984 e che ha già fatto oltre 40mila morti. In una parola chiedevano di usare la forza contro i ribelli.
I principali partiti di opposizione stanno premendo su Erdogan e la sua squadra perché le violenze dei guerriglieri curdi finiscano. Una situazione pericolosa anche dal punto di vista interno, con un esecutivo che potrebbe trovarsi in difficoltà se si entrasse in stato di guerra. Clima interno sconvolto, iter legislativo e riforme bloccate. E grossi rischi per l’economia. La Borsa di Istanbul ieri si è aperta con un calo del 4% e il dollaro in salita. Ma Erdogan deve anche considerare i rischi che potrebbero mettere in discussione la tenuta del suo governo. La Costituzione in vigore prevede, in caso di stato d’emergenza, poteri speciali per l’esercito, di impronta ultra laica, che negli ultimi tempi si è scontrato più volte con l’attuale governo islamico moderato.