Dietrofront, «Il sangue dei vinti» va al Festival di Roma

Il produttore Fracassi: «Non vogliamo fare polemiche revisioniste. Ma non ci piace chi vuole piegare il mito resistenziale alle necessità della propaganda politica»

Meno male. Il Festival (ex Festa) di Roma ci ripensa e accoglie Il sangue dei vinti. Martedì sera era arrivato il «no» pressoché definitivo, via sms. Ieri mattina, dopo l’articolo del Giornale che ricostruiva la vicenda, l’inattesa ma ragionevole marcia indietro. Sicché, in poche ore, s’è trovato il modo per presentare in anteprima mondiale il tormentato film di Michele Soavi, tratto dal libro di Pansa, già rifiutato da Venezia poi da Roma. Peraltro nelle modalità previste prima del diniego: un «evento speciale» con proiezione e dibattito, così da allestire un ragionevole confronto (Pansa se la vedrà probabilmente con storici e giornalisti di diversa opinione, si parla di Curzi, Sansonetti o Pavone, con Paolo Mieli a fare da moderatore) su quella tragica pagina di storia patria.
«Non ho motivo d’oppormi, se la cosa si fa sono contento, spero che tutto vada a posto», anticipa diplomaticamente Gian Luigi Rondi, presidente del Festival. Mentre la coordinatrice Piera Detassis si dice «felice di essere riuscita a trovare una collocazione idonea al film» (si sta discutendo su orario e giorno, forse il 30 ottobre), pur confermando alcune legittime perplessità di ordine estetico. Resta la domanda: se erano tutti d’accordo sull’opportunità di presentarlo, perché trascinare tanto alla lunga la questione e non dire subito una parola chiara al produttore Alessandro Fracassi? Il quale, dopo due giorni di fuoco, ora vorrebbe solo lasciare la parola al film, che uscirà nelle sale targato Raicinema prima di approdare in tv a primavera nella versione lunga.
Soddisfatto?
«Vedremo che cosa ci offrono, ma sono fiducioso. Una cosa, però, vorrei dirla: il nostro è un film pacifista, nessuno ha mai voluto dar fuoco alle polveri di una polemica di taglio revisionista. Purtroppo sembra che si vogliano piegare i miti del passato - quelli della retorica resistenziale o della Patria tradita - alle necessità della propaganda politica, e magari anche a quelle dell’autogiustificazione».
Eppure doveva aspettarselo. Ci sono voluti cinque anni per trasformare il libro in un film di respiro popolare.
«Lo dice a me? Per due volte ci hanno negato il fondo di garanzia ministeriale, la Film commission del Piemonte ha offerto una cifra irrisoria, alcuni attori si sono defilati, il copione ha subito mille ritocchi. Tuttavia siamo andati avanti. La storia, anche nelle sue pagine più tetre, non è mai pericolosa, se non per quanti si ostinano a negarla e trasformarla in leggenda. Nel film, del resto, come nel libro, la biografia nazionale s’intreccia con il dramma delle biografie personali, d’italiani semplici che vissero in quel periodo terribile e la cui memoria è stata cancellata da gran parte della storiografia che si pretende ufficiale. Invece attorno a Il sangue dei vinti è cresciuta una rete di silenzio e omissione, che spero sia presto smagliata. Nessuno ci contesta di raccontare il falso, ma evidentemente ricostruire quel che avvenne tocca ancora nervi scoperti. Le dirò di più. Quando capita a un individuo di negare e non riconoscere la propria storia, lo si manda dallo psichiatra. Quando capita a un Paese intero, vuol dire che è debole la sua coscienza morale».
Chi ha visto il film lo reputa troppo televisivo...
«Respingo al mittente l’accusa, infamante nelle intenzioni, frutto di un classico doppiopesismo. Vale per noi, ma non per altri. Non faccio nomi ed esempi recenti. Dico solo che ci sono autori di fronte ai quali ci si inchina, a prescindere. Soavi ha fatto tanto buon cinema, il film è stato girato in 35mm, con larghezza di mezzi, eppure per qualcuno siamo solo fiction. Non capisco. Con l’eccezione di Gomorra, la maggior parte dei film che vediamo sono congegnati per compiacere il mercato televisivo».