Dietrofront

Il delitto di «appropriazione indebita politica» formalmente non esiste, nel senso che non è inciso a lettere di fuoco in alcun codice, ma ciò non esclude che di frequente venga commesso. Ieri, ad esempio, se n’è macchiato il ministro della Difesa Arturo Parisi che, muovendosi in ambito militare, ha agito con supremo sprezzo del ridicolo. Questo uomo di governo – seguiamo le regole e la terminologia d’uso – si è presentato in Irak, nella tormentata provincia di Nassirya, per il passaggio delle consegne, per trasmettere con la solennità richiesta in questi casi, la responsabilità della sicurezza in quella provincia al giovane governo irakeno.
La missione dei soldati italiani è terminata, ma la passione, l’energia e l’entusiasmo altruistico dei nostri ragazzi in divisa restano chiari e forti fra i civili di quell’angolo d’Irak e nella mente dei nuovi governanti del Paese, chiamati a una prova impegnativa e pericolosa di democrazia. Non dimentichiamolo, ogni uomo e ogni donna che in Irak lavorano per costruire uno Stato moderno e democratico rischiano la vita e non hanno alcun interesse a mentire. E proprio i governanti del dopo Saddam hanno reso giustizia al nostro contingente militare: hanno dichiarato che ha operato con umanità e giustizia, per costruire la pace e la normalità – quella normalità di cui non riusciamo a misurare il valore – in una terra tormentata. E hanno ringraziato, per la determinazione con cui hanno eseguito i pattugliamenti e l’umanità con cui hanno soccorso la popolazione, preoccupandosi dell’acqua e delle cure mediche, contrastando i terroristi e i violenti.
Arturo Parisi ha incassato, mostrando di gradirli, i ringraziamenti. Ai governanti di grama fortuna non par vero di essere elogiati. Il nostro ministro della Difesa si è anche allargato, nel senso che ha dichiarato che la collaborazione militare con il governo continuerà. Avviata e favorita – questo lo diciamo noi – dal sacrificio dei 32 militari italiani che in Irak hanno visto l’ultimo sole.
Sta qui l’appropriazione indebita politica. Se fosse dipeso da Arturo Parisi e dai suoi alleati di ventura, i nostri soldati non sarebbero mai andati in Irak, mai avrebbero lavorato per la pace e la sicurezza di città e villaggi provati al di là del tollerabile. Per Parisi e per i suoi compagni di strada la missione in Irak era sbagliata, costituiva una colpevole complicità con la politica condannabile (criminale) del guerrafondaio Bush. Ma allora, perché incassa i ringraziamenti degli irakeni? Perché assicura che la collaborazione anche militare fra Roma e Bagdad continuerà?
C’è in questo comportamento una doppiezza politica e morale che non può essere ignorata. Per ragioni di strumentale propaganda politica, Parisi e i suoi hanno dipinto l’invio dei militari italiani in Irak come un’azione di guerra. Hanno accettato la compagnia pre-elettorale dei mascalzoni che gridando «Una, cento, mille Nassirya» inneggiavano agli assassini dei nostri soldati e dei civili che lavoravano con loro. Parisi e i suoi compagni di maggioranza e di governo possono dire tutte le menzogne che preferiscono, ma non possono cancellare le parole degli irakeni che hanno sancito, al di là di ogni ragionevole dubbio, che quella italiana era una missione di pace.
E allora questo governo di gracile costituzione si appropria dei ringraziamenti irakeni come di un tonico. L’Italia conta, certamente, ma soprattutto per quello che è stato fatto prima dell’avvento del Professore. Anche sui tempi Parisi è stato un modesto replicante: ha detto che i nostri ragazzi rientreranno entro il dicembre 2006. Ma è proprio questa la data che era stata indicata dal governo Berlusconi. Dove sta la presunta «discontinuità»? Parisi ha dovuto cedere alla forza delle cose, riconoscendo nei fatti e nelle parole che la missione in Irak è stata cosa buona e giusta. Arriveranno a darsi delle medaglie per questo. Di bronzo hanno già la faccia.