Ma per difendere l’euro non basterà

I mercati hanno reagito con euforia prima ancora di conoscere i dettagli
dell’ennesimo piano di salvataggio della Grecia. Bene,
meglio l’euforia del panico, tuttavia in fondo si tratta di una storia
già vista

I mercati hanno reagito con euforia prima ancora di conoscere i dettagli dell’ennesimo piano di salvataggio della Grecia (e dell’euro). Bene, meglio l’euforia del panico, tuttavia in fondo si tratta di una storia già vista: altre volte in passato la situazione stava per disgregarsi e, sulla spinta dell’emergenza, si sono varate misure tampone, mettendo il problema sotto il tappeto fino alla prossima crisi. Ci vorrà tempo per digerire i dettagli del nuovo piano, imposto con una virtuale pistola alla tempia dal governatore uscente della Bce alla testarda signora Merkel. Tuttavia, nonostante la favorevole accoglienza delle borse, l’impressione è che la risoluzione alla radice della malattia che affligge l’Eurozona non sia ancora stata ottenuta.
Tutto ruota attorno ai concetti chiave di «moral hazard» e di «bene comune», vale a dire del difficile bilanciamento fra una situazione che porti vantaggi a tutti i partecipanti e la tentazione che potrebbe venire di rifiutare i doveri mantenendo solo i diritti. Lo stallo è tutto qui: la Germania ha ottenuto solo guadagni enormi dall’euro, impostando proprio sulla moneta comune una politica aggressiva di esportazioni. I paesi periferici hanno ottenuto un bilancio meno eclatante ma egualmente positivo, perdendo competitività, ma ottenendo in cambio tassi molto bassi di finanziamento e un lungo periodo di stabilità finanziaria. È ovvio che se, continuando a calciare la lattina del problema lungo la strada senza mai raccoglierla, si dovesse salvare l’euro ma non la stabilità definitiva anche dei paesi periferici - inventandosi formule astruse come i “default selettivi” o altre sciocchezze che circolano sui tavoli degli euroburocrati - allora non si capisce quale sarebbe la convenienza per tali paesi di rimanere con la moneta unica. A che pro sacrificare la possibilità di svalutazioni competitive se non ci fosse la controparte dei bassi tassi di interesse garantiti dall’Unione? L’unica che ci guadagnerebbe sarebbe la Germania. Troppo comodo.
Ma non va dimenticato anche il rischio opposto: vale a dire che una volta statuita la garanzia europea anche per i paesi deboli, essi si dimentichino del rigore e dei sacrifici dandosi alle spese pazze e passando poi il conto a Berlino. Insomma, il tiro alla fune che dilania l’Europa passa tra questi due estremi. Imporre, come sembra suggerire il nuovo piano, garanzie reali ai prestiti comunitari (semplificando: se non mi ripaghi mi prendo il Partenone, come hanno detto ieri i finlandesi) in caso di “indisciplina” di un membro, potrebbe essere una soluzione, come lo sarebbe accettare un “commissariamento” esterno. Tuttavia questi impegni non possono essere presi da un popolo a cuor leggero. Si dovrebbe arrivare ad un punto dove tutti i gli Stati debbano votare con un referendum la nuova architettura: o un passo avanti verso un’unione più stretta e un destino condiviso, o un passo indietro e fare da soli, con tutti i rischi della navigazione solitaria. In mezzo non si potrà stare ancora per molto.