Come difendersi dal piccione al cacao

In riferimento alle opinioni attorno alla qualità della ristorazione e la fioritura di pubbliche mense che a tariffe di sconveniente entità forniscono vivande stravaganti come il citato piccione al cacao o il gelato all’uovo e pancetta, cibarie da eminenti esperti culinari recensite come il non plus ultra della nobile arte dei fornelli, oltre a ciò in riferimento alle di lei aspirazioni a ritrovare nel corrente scompiglio alimentare l’antica armonia gastronomica, io avanzo modesta proposta di restituire l’auge al grande Pellegrino Artusi da Forlimpopoli acciocché il suo di fama imperitura ricettario segni plebiscitariamente il discrimine fra ciò che debba servirsi a desco e ciò che debba gettarsi nel mondezzaio in quanto non conveniente alle papille dell’uomo dabbene.


Buona idea, ma perché darsi tanto daffare? Se uno si rallegra di scucire 250 euro onde rimpinzarsi di piccione al cacao e sorbetto all’ham and eggs, si accomodi. Contento lui, contento (contentissimo) il gestore del ristorante, contenti tutti. Non delle stravaganze gastronomiche io sommessamente mi lamentavo, ma del fatto che, tutti presi dalla cucina creativa o novativa, i cronisti gastronomici trascurino di indicare a noi uomini dabbene i locali che servono piatti tradizionali, popolari, conformisti, tipo l’osso buco che se cucinato a regola d’arte vale mille piccioni al cacao. Pensi che perfino Camillo Langone, un duro, mi va a sdilinquirsi per un ristorante che pratica la cucina «molecolare» - cos’altro inventeranno per épater le bourgeois? - e per certi molecolari bucatini alla amatriciana dai quali «giocando con temperatura e pressione i grassi scompaiono». Ma dimmi tu. Se voglio star leggero ordino il tè coi Pavesini, io. E se voglio una amatriciana, la voglio coi suoi grassi. Sennò che amatriciana è?
Il fatto è che batti e ribatti gli addetti, i consumatori e gli esegeti di quella cucina hanno finito per credere alle strampalate fantasie di un Carlin Petrini e cioè che la padella è strumento di cultura e che tra la Critica alla ragion pura e il menu di «Aimo e Nadia» non c’è differenza (detto fra parentesi, Aimo e Nadia si compiacciono di informare la spettabile clientela che ciò che troverà nel piatto invita «i sensi, le percezioni, l’intelletto a farsi catalizzatori d’un cambiamento profondo, così che il corpo e la mente accolgano il cibo, nutrimento di nuova specie, medium a sua volta di ulteriore processo di svuotamento, ricco d’un piacere non banale, non riduttivo, non costipato, ma generoso, pronto a dar luogo a ulteriori intenzioni di senso e di attività». Offro un pranzo a base di bucatini alla amatriciana non molecolare a chi me ne spiegherà il significato, in particolare quel «processo di svuotamento», ché credo d’aver equivocato).
L’Artusi, certo, ma per la sopravvivenza di noi potenziali cavie degli stregoni del fornello, niente di meglio di Siamo fritti del mio amico Mario Giordano, libro edito dalla Mondadori col sottotitolo: Truffe, inganni e altri veleni nel piatto. 17 euro, neanche il costo di un ossicino del piccione al cacao. Giordano ha uno spiccato talento per scoprire gli altarini e con Siamo fritti scopre quelli delle guide gastronomiche, dei ristoranti pluridecorati, dei «cuochi d’artificio», del così detto biologico, delle industrie alimentari, delle acque minerali, dei maghi delle diete, dello slow food e di coloro che ti incantano con il «naturale» (diceva il vecchio saggio: «Ho smesso di comprare cibo naturale quando ho scoperto che l’80 per cento della popolazione muore per cause naturali». E aggiungo io: ho smesso di acquistare biologico quando ho scoperto che la cosa più biologica che ci sia è la fossa biologica, quella dove viene stivata quella roba là). Una volta letto Siamo fritti, libro serissimo, libro drammatico, ma scritto in modo divertente, zeppo di fatti, di esempi, di dati e di nomi, nessuno potrà più menarvi per il naso, cari lettori, nessuno potrà più vendervi per oro il princisbecco, e ditemi se è poco.