«Difendo “Bobby” del mio amico Estevez»

Christian Slater, l’unico negativo tra i 22 personaggi della pellicola, spiega: «Questa è l’America che ricordiamo e che ci manca»

da Roma

Paradossi americani. Emilio Estevez, il regista e attore lanciato da Coppola nel leggendario I ragazzi della 56ª strada, figlio di Martin Sheen e fratello di Charlie, gira un film per evocare ai più giovani il personaggio di Bob Kennedy e proprio loro lo tradiscono trasformando Bobby nel flop di Natale con appena 11 milioni di dollari d'incasso, raggiunti a fatica. Negli stessi giorni i giovanili Happy feet (180 milioni di dollari) e Casino Royale (160 milioni) si spartivano la grossa torta natalizia. Rimane l'amarezza per uno dei film più acclamati allo scorsa Mostra di Venezia, ben congegnato nell'intersecarsi in un solo giorno di 22 storie ambientate nell’hotel dove sta per essere assassinato Bob Kennedy (l'Ambassador di Los Angeles demolito poco dopo la fine delle riprese), che non è riuscito ad avere, nonostante il cast stellare (tra cui Anthony Hopkins, Demi Moore, Sharon Stone, Elijah Wood), altrettanto successo di pubblico messo in guardia da alcuni recensori che, sbagliando la mira, hanno parlato di progetto troppo ambizioso e «di un taglio antiquato dei personaggi hollywoodiani da Love Boat».
Christian Slater, uno dei 24 attori protagonisti e l'unico ad avere un ruolo negativo (è il responsabile un po' razzista delle cucine dell'albergo), non ci sta e ieri a Roma, in occasione dell'uscita del film presentato all'Auditorium alla presenza di Veltroni, ha cercato in tutti i modi di difendere il lavoro dell'amico Emilio Estevez: «Volevo citare un giornalista europeo che dopo aver visto Bobby ha detto: "Questa è l'America che ricordiamo e ci manca". Per il mio personaggio Emilio ha pensato subito a me e io ho accettato senza neanche leggere la sceneggiatura. Quando l'ho avuta tra le mani ho pensato che era un po' tosto perché dovevo interpretare la parte della popolazione che non era d'accordo con i principi di Bob Kennedy. Ma un attore si deve anche poter calare nei personaggi che non la pensano come lui, lavorando in maniera onesta e veritiera».
La grande scommessa del film sta proprio nel tentativo di approssimarsi alla figura di Bob Kennedy senza dargli un volto d'attore, ma solo con immagini di repertorio, e lasciando a un suo bellissimo discorso pronunciato ai funerali di Martin Luther King (assassinato due mesi prima di lui), il testamento politico e morale di un uomo profondamente cristiano che da quel giugno del '68 si proietta con la stessa forza ai giorni nostri. «Ciascuna storia del film - spiega Slater che è nato un anno dopo quelle vicende - rappresenta un lato dell'umanità con i suoi aspetti negativi e positivi. Bob era veramente un uomo del popolo e quindi è fenomenale che questo film lo racconti proprio attraverso le vicende di queste persone. Dopo JFK e Luther King, forse Bob è stato l'ultimo che avrebbe potuto portare il mio Paese ad essere, come lui diceva, “altruista e compassionevole”. È l'ideale del politico che vorrei vedere oggi alla guida degli Stati Uniti».