"La difendo, così la rovino", ecco il tiro alla Carfagna

«Il commendator Bernasconi non è un ladro»: il titolo, apparso qualche anno fa su un quotidiano locale, è rimasto nella storia di quella città e un po’ anche in quella del giornalismo. Stava in testa a un articolo di cronaca che dava conto delle specchiate virtù di uno dei personaggi più in vista di quel piccolo mondo di provincia: un uomo perbene, lavoro e famiglia, chiesa e associazionismo, tante cariche pubbliche. Non sono vere, si leggeva, le voci su traffici, contrabbando, mazzette: tutte balle. Senonché la mattina dopo il commendator Bernasconi tirò su il telefono e chiamò il direttore del quotidiano per sollevarlo di peso: razza di idioti, che cosa vi viene in mente? Nessuno - né un magistrato, né un giornale - aveva mai accusato lo stimatissimo cumenda di alcunché, e quel titolo aveva tutto il sapore della classica excusatio non petita. Da quel giorno in città cominciarono a girare le voci sugli affari non troppo onesti del commendator Bernasconi.
Non sappiamo se quel titolo fu l’autogol di un ingenuo che credeva di baciare la pantofola al potente di turno, oppure una coltellata nella schiena inflitta con sadismo e ipocrisia. Ma non c’è bisogno di avere studiato l’arte della propaganda dal dottor Goebbels per capire che se si vuole sputtanare qualcuno senza pagarne le conseguenze, e senza passare per killer, non c’è tecnica migliore che far finta di difenderlo. A Mara Carfagna, in questi giorni e ieri in particolare, è stato applicato il trattamento del commendator Bernasconi: si è detto e si è scritto smettiamo di insultarla, merita la nostra solidarietà, è una vergogna che la stiano attaccando, non deve dimettersi.
Attacchi? E quali attacchi? E perché mai dovrebbe dimettersi? Così deve aver pensato il lettore, semplice uomo della strada che nulla sapeva delle voci sul conto del ministro per le Pari opportunità, e nulla avrebbe continuato a sapere se sui giornali non fossero fioccati gli appelli pro-Carfagna, i «basta con i veleni», le difese d’ufficio delle professioniste del «mi sento offesa come donna».
Fino all’altro ieri i pissi pissi bao bao su Mara Carfagna e le intercettazioni telefoniche erano roba che girava nei retrobottega della politica e in quegli ambienti mefitici che sono le redazioni dei giornali: sconcezze vere o asserite giravano da un politico a un giornalista e viceversa, ma restavano pur sempre tra pochi addetti ai lavori. I lettori sapevano - ammesso che siano davvero interessati - che c’erano, o almeno si diceva che c’erano, gossip scottanti, telefonate sconvenienti, roba di sesso insomma. Ma tra chi e chi?
Quelle intercettazioni non si sa neanche se esistono e in ogni caso, ammesso che esistano, e che qualche giornalista le abbia, non si possono pubblicare, o perlomeno non sta bene pubblicarle. E allora, come far sapere Urbi et Orbi che è proprio lei, la bella ministra, a essere chiacchierata? Come fare a rovinarla senza esibire neanche la sbobinatura di un brigadiere?
Ecco allora il lodo Bernasconi. Basta un qualsiasi Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori: «Se Bill Clinton avesse fatto Monica Lewinsky ministro, la vicenda sarebbe diventata di rilevanza politica oppure no?». Ecco le prime paroline chiave. Monica Lewinsky: per quale pratica è diventata nota Monica Lewinsky? Seconda parola chiave: ministro. Chi sarà mai il ministro? Ci pensano i giornalisti a completare l’opera. Uno, appena riportata la frase di Donadi, scrive: «Non fa il nome della Carfagna ma...». Un altro aspetta qualche riga in più e ci fa sapere: «La responsabile delle Pari opportunità, Mara Carfagna, taglia corto: non mi occupo di intercettazioni».
Il passo successivo è la foglia di fico. Si raccolgono i pareri di una solidarietà trasversale. Politici e intellettuali di destra e sinistra si stracciano le vesti, «il paragone con la Lewinsky è una volgarità gratuita» dice una, «la colpa non è sua» dice un’altra, non deve dimettersi; «poveretta, qui si mesta nel fango», e intanto il fango finisce nel ventilatore.
Mara Carfagna non la conosco: mai vista né sentita. Se avesse fatto qualcosa di male, troverei giusto che venisse cacciata. Ma vorrei che le accuse fossero certe, serie, e soprattutto rivolte in modo leale. Non con l’artifizio peloso di un’ipocrita difesa della privacy. Pubblicate le intercettazioni, piuttosto. Mostrate la faccia, se davvero l’avete più pulita di quel lupanare della politica di cui si parla. E a Donadi, quello dei Valori, vorrei dedicare in chiusura questo bel titolo: «Il capogruppo Donadi non è uno stronzo».