«Difendo Donadoni Il nostro calcio fermo al medioevo»

Caro Arrigo Sacchi, tempi duri per la Nazionale e il suo ct Roberto Donadoni: c’è da temere per la qualificazione?
«Mi sembra di rivedere il nostro europeo ’96. Partimmo col piede sbagliato, sconfitti dalla Croazia, pari con la Slovenia: alla fine fummo costretti a una rincorsa strepitosa. Così capita a Donadoni e non è un caso.
A cosa si riferisce?
«Al fatto che dopo il trionfo spagnolo, la nazionale di Bearzot non riuscì a qualificarsi per l’europeo».
Donadoni deve toccare ferro...
«Donadoni non c’entra niente. Immaginare che un ct, in 5-6 giorni, possa fare miracoli, guarire il calcio italiano dai suoi vizi e dai suoi limiti, è un’idea strampalata che ha cittadinanza solo dalle nostre parti. Il mio amico Donadoni ha una sola salvezza».
Quale, scusi?
«Quello di puntare, nel reclutamento, su gente motivata, fortemente motivata, che abbia entusiasmo e spirito di squadra. Che sia insufficiente schierare i grandi nomi lo dimostrano le pene dell’Inter che stravince in Italia ma non in Champions, quelle del Real Madrid o dello stesso Barcellona».
Condivide allora la gestione del caso Totti?
«Non voglio mettere becco sull’argomento perché sono tutti in difficoltà, in questa storia, a cominciare dai dirigenti federali».
Dallo stesso ambiente provengono spifferi sul dopo Donadoni: cosa ne pensa?
«Che siamo alle solite. Non ci siamo goduti Berlino, in giro per il mondo nessuno ci considera i più forti, viviamo alla giornata. Io spero e mi auguro che la prossima federcalcio sia guidata da gente seria, che abbia a cuore il rispetto delle regole, capace di garantire un ambiente più tranquillo e sereno. Così facendo al Ct della Nazionale si offre autorevolezza. E lo direi anche se sulla graticola non fosse finito Donadoni. Mi auguro che quelle lette in questi giorni siano solo supposizioni».
Eppure sono già in atto grandi movimenti: Ancelotti dopo Donadoni, e via di questo passo...
«Io spero che tutti resti così come ora, Donadoni in azzurro, Ancelotti al Milan e così via».
Dietro l’Italia di Donadoni, cresce una promettente under 21. Almeno qui si può essere ottimisti?
«Il calcio italiano, negli ultimi tempi, non ha seguito l’evoluzione, non si è ammodernato, è rimasto al medioevo, molto conservatore cioè e ha puntato sui mecenati per puntellare i bilanci appesantiti dai debiti. Nonostante questo è possibile che spunti qualche giovanotto promettente, ora parliamo di Pazzini e magari dimentichiamo qualche altro talento. Ma lo scenario è tutt’altro che promettente. Pensi alla serie B. All’intervallo di ieri su sette partite avevano realizzato appena un gol. Mi diverte solo il Genoa. Fatturiamo un calcio noioso con rare eccezioni: la Roma, la Lazio, meno spettacolare è la Fiorentina. E pretendiamo che la Nazionale risolva tutti i problemi. L’ha fatto una volta, nel mondiale, puntando su motivazioni straordinarie del gruppo ferito da calciopoli. Dobbiamo credere nel risultato da raggiungere attraverso il gioco, più importante del talento».
Dopo Italia-Scozia, torna la Champions League. Se tanto ci da tanto, Roma e Milan sono senza futuro...
«Il Milan, e lo dico da grande amico del club, fatica battere chiunque, in Italia. Ha avuto una fortuna nel sorteggio: il Bayern non ha stelle e fisicamente non sta benissimo. La Roma invece ha davanti la più in forma delle rivali ma può battere chiunque. Gli inglesi dell’United possono soffrire la velocità e la freschezza della Roma».
Lei è stato critico su Ronaldo al Milan: è sempre convinto?
«Il Milan ha funzionato, e alla grande, quando Milanello è diventato un laboratorio. Due nomi su tutti: il primo Shevchenko e Kakà, per restare nell’era contemporanea. Quando ha battuto altre strade, penso agli arrivi di Rivaldo, Stam, Vieri, Favalli, ha collezionato insuccessi. Ronaldo, a Madrid, ha difettato in passione e disciplina: questo ho detto, scritto e ripetuto. Ai miei tempi l’età media della squadra era di 24 anni, se non ricordo male».
Come spiega il diverso destino dell’Inter, tritasassi in Italia, in difficoltà in Champions?
«Da noi si pratica un calcio fisico, in altri campionati c’è maggior tecnica e l’organizzazione tattica elevata a metodo. Da noi l’Inter non perde con nessuno, in sei sfide contro squadre medio-piccole europee, Sporting Lisbona, Bayern e Valencia, ha vinto una sola volta. Se il grande tenore stecca, le nostre orchestre fanno brutte figure».
Eppure Ibrahimovic viene candidato per il Pallone d’oro...
«Ibrahimovic ha grandissime potenzialità ma non è ancora Van Basten. Deve avere voglia di migliorarsi e deve approfittare di aver ricevuto tantissimo da madre natura, aggiungendo educazione».
Deshamps è finito sui carboni ardenti per aver detto la verità sul conto della sua Juve attuale...
«Non lo deve dire. Sognare si può, intanto. E spesso i sogni diventano realtà, nello sport. Così dimostra di non avere una straordinaria fiducia nel suo gruppo. Quando arrivai al Milan, nell’87, la squadra lasciata dai miei predecessori era arrivata quinta e allo spareggio con la Samp s’era guadagnata il posto in Uefa. Non è facile vincere d’accordo ma crederci è più importante».
Lo sa, caro Arrigo, che rischiamo di perdere euro 2012?
«E dove sarebbe la notizia? Non sarebbe un disastro con tutto quello che accade, quotidianamente, nel nostro calcio. Piuttosto pensiamo allo spettacolo domenicale. Proviamo a recuperare maggiore coraggio e a rendere i bilanci più sani. Non solo ma anche a ridurre le differenze tra società».
Come, scusi?
«Colmando le differenze attualmente segnate dai diritti tv. Quando c’erano le sette sorelle, dall’89 al ’96, il nostro calcio vinse praticamente tutto. La competizione affida l’ingegno».