Difendo i partiti nella Rai: sono il sale della democrazia

Che ipocrisia denunciare la lottizzazione della televisione di Stato.
Chi fa politica è più libero di chi si maschera da tecnico imparziale

Lo ammetto: sono diventato manierista. L’altra sera in televisione nella trasmissione L’ultima parola, condotta da Pierluigi Paragone, ho riprodotto il mio attacco con la ripetizione della stessa parola, urlando: «Fascista!» dieci volte a Peter Gomez che ha incassato restando imperturbabile, dopo l’iniziale sorpresa. Ha reagito bene, e si è anche divertito, come ha ammesso, forse perché ha capito che il mio, alla fine, era un espediente dialettico. Quale ne era stata la causa? Gomez, con un argomento per altro molto diffuso, a sinistra come a destra, ha dichiarato che, nonostante le indicazioni della legge Gasparri (sic!) i membri del consiglio di amministrazione della Rai non erano personalità indipendenti ma legati ai partiti, talvolta anche deputati. Li ha elencati collegandoli alle sigle di appartenenza. In quel momento ho pensato: ma perché si continua con il luogo comune che chi appartiene a un partito, quindi anche chi lo vota, non è indipendente? Allora in Italia l’80% dei cittadini non è indipendente.
Appartenere a un partito fa parte della dialettica democratica ed è una manifestazione di libertà e di indipendenza. Solo in una dittatura, con un partito unico, non si è liberi, non si è indipendenti. Solo in una dittatura si può essere servi. Gli uomini liberi in prigione. Non era forse indipendente Gramsci scegliendo in condizioni difficilissime di essere comunista? Non era indipendente, in condizioni meno difficili, Berlinguer? E non sono uomini liberi Giovanni Sartori, Angelo Panebianco, Ernesto Galli della Loggia, Vittorio Mathieu pur manifestando un pensiero che corrisponda a un’area politica. E qualcuno può dubitare dell’indipendenza di Tremonti? L’equivoco in questi anni è stato determinato dalla apparizione di Berlusconi che ha costruito in pochi mesi un partito appoggiandosi alla struttura aziendale di Forza Italia. Ma al di là della disciplina che è cosa diversa dalla dipendenza nel suo partito sono entrati, e talvolta usciti, uomini come Lucio Colletti, Giuliano Ferrara, Saverio Vertone, Marco Taradash, Paolo Guzzanti, Antonio Martino, Marcello Pera, che hanno espresso pensieri diversi, liberali e sempre indipendenti. Certo, resta il dubbio tra la scelta delle idee e la linea politica; ma questo non ci può impedire di riconoscere, che, in democrazia i partiti corrispondono alla libertà. Si poteva, anzi si doveva, essere repubblicani, liberali, democristiani, socialisti, radicali, comunisti, restando indipendenti. Ne è prova oggi l’evoluzione degli esponenti politici che sono passati attraverso il Movimento sociale italiano. In democrazia persino il «fascista» Piero Buscaroli deve essere riconosciuto indipendente. L’equivoco insensato è invece che sia indipendente soltanto chi non fa politica. Allora mi sono ribellato. E a chi manifestava questo pensiero banale ho richiamato che i partiti sono la libertà, che il concetto di indipendenza non può prevalere sulle libere convinzioni che fanno scegliere di appartenere a un partito o di votarlo.
Indipendenti non vuol dire non pensare, non avere idee, soprattutto politiche. E così mi è venuto di chiedere a Gomez se non fosse stato indipendente, nella libera scelta di essere comunista, Berlinguer. O se non sia indipendente, dopo essere stato membro della Corte Costituzionale, Valerio Onida, candidato sindaco alle primarie del Pd a Milano. E non è forse indipendente il presidente della Repubblica Napolitano? Non è indipendente Veltroni? Devono essere considerati «dipendenti» di un partito, peraltro in continuo divenire? O non sono semplicemente titolari di un pensiero che costituisce quel partito? Essere leghista vuol dire pensarla come Bossi, per libera scelta, o dipendere da Bossi? E a tal punto i partiti non sono gabbie o camicie di forza che, per la Costituzione, ogni deputato è tale perché eletto, da liberi cittadini, senza vincolo di mandato! Più indipendente di così! Kennedy non era indipendente? E la forza che egli ha dato al Partito democratico non derivava dalla libertà del suo pensiero, e dalla condivisione di chi lo ha votato?
L’ipocrisia di Gomez dopo la trasmissione arrivava fino al punto di immaginare, come esponenti del consiglio di amministrazione della Rai, personalità non espresse dai partiti, ma «di area». Una foglia di fico. Come se i partiti non dovessero essere costituiti da persone le cui idee perimetrano l’area di quanti vi si riconoscono. Indipendenza da che cosa? Da niente. Perché i partiti sono espressioni di libertà, e sulla libertà di scelta si fondano. Non si può concepire l’indipendenza come un non essere, come un non appartenere. Io sono indipendente in quanto liberamente scelgo di essere (vale per la religione come per la politica), cristiano o buddista, non perché mi è imposto; così come radicale, socialdemocratico o liberale. Scegliendo una visione, religiosa o politica, perdo forse la mia indipendenza? No: è perché sono indipendente che scelgo. Altrimenti, come accade o è accaduto, sono costretto a essere fascista, comunista, o musulmano. Nei regimi totalitari non c’è indipendenza. Nelle democrazie, a garantirla, sono, caro Gomez, i partiti.