La difesa degli 007: «Nessun giornalista è stato intercettato»

Oggi l’interrogatorio del generale Pignero. I magistrati pensano ad un confronto con Mancini

Stefano Zurlo

da Milano

Marco Mancini riceve la visita di Francesco Cossiga in cella. L’altro indagato eccellente, il generale Gustavo Pignero, affronterà oggi l’interrogatorio davanti al gip Enrico Manzi e ai pm di Milano che scavano sul caso Abu Omar. Pignero, malato, è agli arresti domiciliari, ma la deposizione sarà comunque uno snodo decisivo dell’indagine. Mancini non ha confessato e avrebbe in qualche modo chiamato in causa altri soggetti a proposito del rapimento dell’ex imam. Ora tocca a Pignero: seguirà la stessa pista battuta dal collega? Si smarcherà a sua volta, scaricherà su altri? E soprattutto irrobustirà lo scudo difensivo alzato da Mancini, oppure le sue parole entreranno in contraddizione con quelle di Mancini?
Mancini è in carcere, ma i suoi avvocati non sembrano avere fretta e non hanno chiesto altri appuntamenti ai pm. Forse aspettano pazientemente la verifica dei dati offerti dal numero due del Sismi nelle 10 ore di interrogatorio fra venerdì e sabato. «Mancini - ripetono Luca Lauri e Luigi Panella - è un servitore leale dello Stato e presto quel che sostiene verrà dimostrato. Lui non ha mai sequestrato nessuno. Non siamo in Sud America».
E Pignero? All’epoca dei fatti, nel febbraio 2003, era il superiore diretto di Mancini. I magistrati vogliono sapere da chi arrivò la notizia che la Cia stava organizzando un’operazione in Italia. Chi erano i referenti degli agenti yankee? I vertici del Sismi? I politici? Certo, sono proprio le telefonate fra Pignero e Mancini, intercettate dagli investigatori solo poche settimane fa, a svelare in qualche modo il ruolo ambiguo degli 007 tricolori in questa storia. Il futuro dei due agenti si giocherà anche sulle intercettazioni e sulla loro interpretazione. Chissà, dopo l’interrogatorio di oggi i pm potrebbero anche decidere un confronto fra i due.
L’inchiesta, intanto, si allarga a ventaglio. Viene preparata una nuova richiesta di estradizione per i 26 agenti della Cia che i giudici di Milano vorrebbero arrestare; fra meno di un mese il documento, con tutti i problemi politici che comporta, sarà sul tavolo del Guardasigilli Clemente Mastella. Ma questo è solo un lato dell’impegno investigativo. Vengono sentiti altri testi e indagati, si raccolgono informazioni e si collocano al loro posto frammenti del complicato mosaico. Nel pomeriggio il pm Nicola Piacente, che collabora con Ferdinando Pomarici e Armando Spataro, ascolta un testimone. Chi è? Da palazzo di giustizia filtra il nome di un ufficiale, poi smentito. Il giallo non trova soluzione; in un clima di nervosismo, i cronisti vengono allontanati e l’identità del misterioso interlocutore resta un punto di domanda.
L’inchiesta ha messo nel mirino un gruppo di collaboratori di Mancini. Fra di loro Giuseppe Ciorra, maresciallo del Sismi di Milano, Lorenzo Pillinini, capocentro a Trieste, Marco Iodice, numero uno a Padova, Maurizio Regondi, vice di Mancini a Milano. Tanti 007 in rapporto con Mancini e contemporaneamente impigliati negli sviluppi del lavoro investigativo.
Intanto, si difende Pio Pompa, il dirigente del Sismi che gestiva la sede di via Nazionale dove, secondo gli inquirenti, sarebbero custoditi dossier abusivi e dove è stata sequestrata un’imponente documentazione. Scrive Pompa: «È assolutamente non vero ed è irreale che abbia sottoposto ad intercettazione abusiva il telefono del giornalista Giuseppe D’Avanzo», firma di punta di Repubblica. «È vero - prosegue Pompa - che il giornalista Renato Farina, come altri soggetti, mi informava in merito alle notizie che essi legittimamente erano in grado di apprendere». Il motivo? «Prevenire indebiti attacchi al Sismi da parte dei media». Da tempo infatti gli 007 venivano messi in croce per la vicenda Nigergate e per il caso Abu Omar.