In difesa dei princìpi

Si dirà che in questa Italia ammorbata dagli scandali nulla deve più stupire, nemmeno l’arresto - per accuse infamanti - di Vittorio Emanuele di Savoia. Invece quell’arresto mi lascia sbalordito. Perché collega a losche organizzazioni delinquenziali il figlio del «Re di maggio» e il nipote del re che ebbe il titolo di «vittorioso» dopo la prima guerra mondiale e che fu travolto dalla seconda. E poi perché le circostanze dell’arresto, e le motivazioni con cui si vuole giustificarlo, paiono poco convincenti. O non convincenti al punto da rendere necessarie le manette al principe, ben sapendosi il clamore che esse avrebbero avuto e le reazioni che avrebbero provocato.
Non sono tanti, credo, gli italiani che hanno una buona opinione di Vittorio Emanuele. Alcuni incidenti incresciosi o sgradevoli hanno costellato la vita di questo esule di lusso, i suoi veri o presunti legami affaristici non erano tali da procacciargli simpatie, tra gli stessi monarchici v’erano fazioni che gli negavano la qualifica di erede della dinastia. Si poteva pensar male - e molti lo pensavano - di questo gaffeur. Ma credo che nemmeno i repubblicani più assatanati l’abbiano mai visto nel ruolo di «pappone», se vogliamo usare un termine volgare. Ossia di qualcuno che, tra le altre cose, direttamente o indirettamente sfruttava la prostituzione. Proprio questo è invece il ruolo che a lui e ad altri individui meno noti viene a quanto risulta attribuito dall’ordine di custodia cautelare.
La prima considerazione suggerita dai fatti è banale ma non insensata: il giudice che ha disposto gli arresti ha prove - scusate il bisticcio - a prova di bomba? Così dovrebbe essere. Un’incriminazione azzardata, con l’accessorio della galera, sarebbe infatti intollerabile. Ma sono davvero, le prove, d’una solidità d’acciaio? Ci piacerebbe rispondere positivamente all’inquietante domanda. Ma non posso esimermi dal rammentare che il Pm di Potenza che ha coordinato l’inchiesta, John Woodcock, dimostra una spiccata predilezione per i «casi» che finiscono in testa ai telegiornali e sulle prime pagine dei quotidiani. Trentanovenne, di padre inglese e madre napoletana, Woodcock si è specializzato in colpi grossi contro strutture criminali d’alto bordo (vip-gate secondo le cronache) con agganci nella politica, nell’imprenditoria, magari nella Chiesa.
I risultati da lui ottenuti sono proporzionati allo scalpore delle sue iniziative? Mi permetto di dubitarne. Così pure mi permetto d’avere qualche perplessità su quanto va raccontando un coimputato, o supertestimone o consulente molto ascoltato a Potenza, certo Massimo Pizza (Polifermo in codice): detentore, a sentir lui, d’informazioni preziose su alcuni misteri d’Italia come l’uccisione di Ilaria Alpi, la sparizione di Emanuela Orlandi, la catastrofe di Ustica, i traffici con la Somalia. Tante, troppe cose per un uomo solo, e neppure al comando, anzi ai margini. Cosa significa questo: che l’inchiesta mi pare campata in aria? Non azzardo una valutazione così sbrigativa. Sostengo piuttosto che lo sguinzagliare gli uomini della legge da Potenza a Lecco perché mettessero al fresco l’erede presuntivo al trono d’Italia mi pare non oso dire un errore, ma un eccesso di zelo. Non è che i principi debbano essere considerati al disopra della legge, ci mancherebbe. Ma è che la legge dev’essere al disopra di tutti, compresi i principi, immune da tentazioni di presenzialismo e di sensazionalismo. Ormai la monarchia conta poco in Italia. Conta in quanto legata alla storia patria. Conta perché la dinastia dei Savoia fu protagonista dell’unità. Vittorio Enanuele non assolve al meglio il suo compito d’erede. Ma la giustizia stia attenta, per rispetto alla storia, non alla persona. Attenta a non infangarlo con imputazioni maleodoranti, se non ne è certa al cento per cento.