La difesa dell’ambiente comincia dalla sporta

Caro dottor Granzotto, la leggo sempre con piacere trovandomi in genere in sintonia con quello che dice. Sul problema dell’ecologia ad esempio, concordo pienamente con lei e con la sua denuncia delle imposture di un ambientalismo catastrofista che non tiene conto dei risultati scientifici delle ricerche ma solo degli slogan dei guru alla Al Gore. Però mi sono imbattuto nel resoconto dell’ultima battaglia ambientalista in ordine di tempo, quella contro i sacchetti di plastica, in termine tecnico «shopper». Anche lei dovrà concordare con me che quella battaglia è seria, di immediata utilità se vinta e che non costerà nulla al contribuente, a differenza delle clausole del protocollo di Kyoto. Rinunciare ai sacchetti di plastica per quelli di materiale ecologicamente compatibile mi pare proprio una grande idea e vorrei che anche un severo critico del mondo ambientalista quale lei è lo riconoscesse e se ne facesse paladino.

A me lo dice, caro Corsi? A uno che da anni, molti anni, sollecita le grandi lobby ambientaliste - e gli organi di informazione che tengono loro ampio bordone - di smetterla di menarla col buco dell’ozono, la deforestazione della selva amazzonica, il destino della foca monaca e, più recentemente, con il riscaldamento globale, gli orsi che muoiono annegati e la desertificazione del Salento? Oppure di seguitar a menarla, tanto non ci crede più nessuno, ma nel contempo occuparsi anche di cose pratiche, di non planetaria dimensione e, soprattutto, realizzabili con poca fatica e nullo costo. Di sacchetti di plastica se ne producono qualcosa come 20 miliardi l’anno, dei quali quattordici, quindici, vengono gettati dopo un utilizzo che non supera i tre quarti d’ora. Il sacchetto di plastica inquina, insozza, deturpa e, quando finisce in mare (dai 200 ai 300 milioni), soffoca i pesci che per disavventura lo ingurgitano. Si calcola che poco più della metà dei sacchetti concluda la sua brevissima vita nelle discariche. Il resto è disperso e prima che sia smaltito spontaneamente devono passare due o trecento anni. Insomma, lo shopper è una vera e propria iradiddio.
Non vorrei sbagliare, ma a parte casi isolati come la cittadina di Modbury in Inghilterra, mi pare che la sola Francia ne abbia proibito - a partire dal 2010 - la vendita, la disribuzione e l’uso. Ora, con la pressione dei movimenti ambientalisti, c’è la speranza che altri Paesi seguiranno l’esempio. Ma c’è un ma. Rappresentato dal fatto che per adeguarsi all’ultima mattana ambientalista si vaneggia di rimpiazzare il sacchetto in plastica con uno in materiale biodegradabile ottenuto, ad esempio, dall’olio di mais. Ora, se per produrre insignificanti quantità di biocarburante i prezzi di pane, pasta, latte burro e carne sono schizzati alle stelle, figuriamoci cosa accadrebbe destinando enormi quantità di cereali alla produzione dei sacchetti per la spesa. Eppure la soluzione c’è ed è a portata di mano: la sporta, la vecchia, cara sporta con la quale le massaie (e i massai) sono andate avanti per secoli. La sporta, che in corda, vimini, paglia, tela o cuoio intrecciato, destinata a durare, ha fatto parte della dotazione domestica fino alla irruzione dell’«usa e getta» e del conseguente consumo (inteso sia come fruizione di un bene, sia come ciò che si sciupa) di massa. Che il «getta» dei magnificati futuri ecosacchetti sia un gettare biodegradabile (pseudo biodegradabile, per altro) cambia poco: oltre a rimanere ingombranti e costosi, i sacchetti avranno sempre bisogno di spropositate quantità di energia per essere prodotti (sottraendo cibo a bocche affamate). Pertanto, sporta. Un sacco e una sporta di sporte.