La difesa del Genoa prende i pm in contropiede

Piero Pizzillo

Non possono avere alcun accesso le telefonate in questo procedimento per frode sportiva a carico dei tre dirigenti del Genoa» (e di tre coimputati). Così ha concluso la circostanziata e documentata arringa, corredata da riferimenti giurisprudenziali, l’avvocato Andrea Vernazza, che con l’onorevole Alfredo Biondi e il figlio Carlo assistono il presidente della società rossoblu Enrico Preziosi e il figlio Matteo (il terzo indagato è l’ex direttore generale Stefano Capozucca assistito da Lorenzo Crippa). Non è stato da meno il parlamentare di Forza Italia, che ha detto, tra l’altro: «Ci siamo visti inserire nella vicenda Genoa intercettazioni telefononiche disposte per procedimenti diversi, come quelli relativi alla falsificazione o uso indebito di carte di credito, o al calcio scommesse, in cui veniva contestato anche il reato di associazione a delinquere, mentre per il capo di imputazione che ci riguarda (frode sportiva) non sarebbe stato possibile né lecito procedere alle intercettazioni. E che sono state disposte, come titolo di reato nel primo filone, quello delle carte clonate, per poi passare alle scommesse sulle partite, e infine al caso Genoa - Venezia, che aveva visto i due Preziosi e Capozucca, indagati anche di associazione a delinquere, accusa dichiarata decaduta dalla stessa procura, nell’atto conclusivo delle indagini». Ieri le indagini dei sostituti procuratori Alberto Lari e Giovanni Arena, sono state «vivisezionate» non solo da Biondi e Vernazza, ma anche dai difensori degli altri imputati. Ciò ha determinato una reazione, o desiderio di ribattuta, da parte degli inquirenti, tanto che il pm Lari ha chiesto la parola, che gli è stata negata. «Allora non posso interloquire sulle intecettazioni?». «Si, è così, ha risposto il giudice Roberto Cascini, perché non sono consentite repliche in sede di ammissione di prove» (va ribadito che tutti i difensori hanno chiesto che non siano ammesse, come prova, le intercettazioni).
L’udienza che è stata rinviata alle 9,30 di domattina (il processo sulla presunta combine relativa alla partita Genoa - Venezia, è anche a carico degli ex dirigenti veneziani Franco e Michele Dal Cin, e Pino Pagliara, fermato con la busta contenente 250 mila euro e il contratto di Maldonado, difesi da Riccardo Passeggi, Mariano Rossetti, Mazzali e Romeo), è stata interessante anche per un colpo di scena, che riporta a galla i sospetti emersi nell’estate dell’anno scorso sul Torino che avrebbe potuto dare un premio a vincere alla squadra lagunare. È venuto alla luce un documento, datato 24 agosto 2005, che attesta i movimenti del dirigente torinese Luca Padovano che anzichè andare subito a Treviso dove giocava la sua squadra, è andato prima a Venezia che doveva giocare con il Genoa. Ciò è stato scoperto dai carabinieri, che hanno svolto indagini dopo l’interrogatorio di Padovano da parte del generale Pappa, Capo ufficio indagini della Federcalcio. E anche a seguito di telefonate sospette tra Gallo, presidente del Venezia, e il suo collega Ciminelli del Torino. Atteso per domani anche il pronunciamento del giudice Cascini sulla «competenza territoriale» del tribunale di Genova, messa in dubbio dagli avvocati di Dal Cin.