DIFESA Il marito: «Quella donna contravveniva ai dettami della nostra religione»

Lei sì che si era integrata bene. Dal Marocco a Treviso, con un marito operaio specializzato che aveva guadagnato abbastanza per poter costruire famiglia in questo Nord Est che è la zona meno razzista che ci sia: se lavori e righi dritto, nessuno neanche si sogna di disquisire sulla tua carta d’identità. Due figli, una di tre e uno di sei anni, e buone prospettive davanti. Fino a quando il marito, imam in un paese del Trevigiano, ha stracciato questo quadretto idilliaco, picchiandola e, secondo l’accusa, anche stuprandola solo perché, a suo modo di vedere, contravveniva alle prescrizioni dell’Islam.
È la storia triste di una donna di una trentina d’anni, marocchina, con l’unica colpa di voler vivere in maniera assolutamente normale, portando i figli a scuola in macchina e rifiutandosi di indossare lo scomodo burqa che, tra le altre cose, le impediva di familiarizzare con le altre mamme italiane. Si era anche applicata per imparare bene l’italiano e scambiare così quattro chiacchiere con gli altri genitori, una cosa di una normalità sconcertante se non fosse per un piccolo particolare: il marito-padrone queste libertà proprio non riusciva a concepirle. Di più, dopo essersi irrigidito sempre di più in un’interpretazione letterale del Corano fino a diventare una sorta di imam del paese, ha preso provvedimenti drastici, passando alle maniere forti, picchiando la povera donna che «osava» disobbedire, fino a renderle la vita impossibile. Non ci ha messo molto, questa moglie troppo occidentale, a capire che le restava un’unica opzione: scappare di casa il più lontano possibile dal padre dei suoi figli trasformato improvvisamente in un violento carceriere. Stufa di subire tutte queste angherie, la donna ha così preso con sé i figli e si è trasferita dalla sorella che vive nel Vicentino. Ma il marito, sempre più infuriato, non si è dato per vinto e ha cominciato a perseguitarla anche lì, cercando, senza riuscirci, di prelevare il figlio da scuola prima dell’arrivo della madre e aspettandola fuori dalla casa dove aveva trovato lavoro come badante. La stessa famiglia che aveva assunto la marocchina si è vista costretta ad allontanarla per paura di rimanere coinvolta in questa continua persecuzione. Tra appostamenti e attese minacciose a scuola, i carabinieri hanno dovuto intervenire diverse volte. E sarebbe stato proprio in una di queste circostanze che l’uomo, al culmine dell’ira, avrebbe violentato la moglie in un bosco poco distante. In precarie condizioni di salute e con i segni della violenza ancora addosso (una mano ingessata), la marocchina ha alla fine deciso di denunciare l’imam per stalking e violenza sessuale e la procura di Vicenza ha provveduto a iscriverlo nel registro degli indagati.
In realtà la denuncia per stalking era già stata presentata ma, in un primo tempo, la moglie ha preferito ritirarla per paura di ritorsioni. Il precipitare della situazione, però, ha convinto la donna che, per il bene suo e dei bambini, avrebbe fatto bene a portare il marito in tribunale. Gli inquirenti, coordinati dal pm di Vicenza Cristina Gava, stanno adesso ricostruendo l’accaduto per verificare le versioni dei coniugi. Intanto il marito non ne vuole sapere di sottostare alla legge italiana e ritiene un suo diritto assodato potere disporre della moglie come meglio crede, violenze comprese. Questo secondo la sua discutibile interpretazione della religione islamica. A queste latitudini, per fortuna della donna, valgono le leggi dello stato italiano e non quelle della sharia. E passata questa buriana, questa disavventura familiare, l’integrazione della giovane marocchina con gli usi e i costumi veneti e italiani uscirà ancor più rafforzata.