Difesa, una poltrona per due Scontro tra Bonino e Mastella

Luca Telese

da Roma

Emma contro Clemente, Clemente contro Emma, all’insegna del più classico dei ritornelli della politica italiana, «una poltrona per due», si celebra un duello senza quartiere. Un braccio di ferro che si protrae per tutta una giornata, sul possibile incarico di ministro della Difesa. Alla fine (anche qui un classico) c’è persino chi dice che tra i due contendenti potrebbe uscire fuori un terzo nome - il terzo che immancabilmente gode -, magari proprio Arturo Parisi, presidente della Margherita, molto gradito, si dice, alle gerarchie in grigioverde.
E poi, come spesso accade nelle partite complesse, la sfida fra Emma Bonino e Clemente Mastella rappresenta di più e mette in gioco di più: in primo luogo, la fine del galateo ministeriale e del nondetto concorrenziale, quello per cui se si voleva una carica si cominciava col chiederne un’altra. Ed invece Clemente Mastella ha messo fine alla vicenda dei «Franceschi tiratori» dicendo che da quel momento in poi si riteneva «un soldato dell’Ulivo» (capita l’allusione?). E la Bonino dal canto suo si è autocandidata ancora più esplicitamente, senza ricorrere a perifrasi o a intermediari: «Per quel ruolo mi ritengo più qualificata di Mastella». Un tempo erano «gli amici» che lo chiedevano, adesso è l’«io» che lo vuole e lo reclama, con la conseguenza che nell’Unione saltano gli ammortizzatori e le sospensioni: «Starà a Romano Prodi - minacciava chiaramente la Bonino a fine serata - scegliere tra le proposte avanzate da due componenti dell'Unione. Gli altri valuteranno se far parte della coalizione di governo, e in questo non c'è nulla di scontato». Ovvero: se Mastella andasse alla Difesa la Rosa nel pugno potrebbe arrivare all’appoggio esterno. Ma l’indomabile pasionaria radicale si è spinta più in là: «Vorrei ricordare - aggiunge la Bonino - la mia esperienza nella Commissione europea. Oggi la Difesa è soprattutto dossier internazionali, peacekeeping e sostegno al mondo democratico». La questione non è da poco, anche perché la deputata della Rosa nel pugno denuncia che il suo partito è stato «scippato» di quattro senatori e sottolinea l’«importanza fondamentale» rappresentata da una applicazione «corretta e letterale della legge elettorale al Senato». Insomma, i quattro senatori «scippati» della Rosa, farebbero la differenza con i tre pensantissimi dell’Udeur. Così, a questa offensiva, Mastella risponde in modo più classico: «Per me, cattolico, il mese di maggio è il mese dei fioretti: ho fatto il fioretto di non parlare di ministeri e candidature. Anche perché uno non si candida, o viene scelto o non viene scelto». Come dire: io non mi candido, siete voi che mi dovete scegliere. E poi, con una notazione più sibillina: «Aspettiamo se il governo c'è prima del Quirinale o viceversa». Ovvero: ricordarsi che la partita del governo influenzerà anche quella del Colle. Il che è evidente e tautologico ma, sottolineato dal più grande contrattatore della politica italiana, sicuramente acquista un valore del tutto particolare.
Insomma, l’esplicitazione della contesa ha prodotto il rovesciamento dei ruoli: Mastella, l’uomo che non ha mai fatto mistero di parlare la lingua della realpolitik (ricordarsi il memorabile «Io sono Mastellik, e a me nessuno mi fotte!»), insegue un arbitrato, chiede che un galateo più antico lo tuteli. La Bonino, che da sempre è abituata a fare politica senza poltrone, punta i piedi e pone sul tavolo il più tradizionale degli ultimatum: o con me, o senza di noi. Chissà che in questo scambio di ruoli non ci sia tutto il paradosso di una coalizione che, per il momento, trova il suo punto di equilibrio solo nel conflitto.