Difese Di Pietro. Ora è legale di Chiesa

Milano «Quello con Di Pietro è stato un lungo matrimonio. Questa per ora è solo un’avventura...». Massimo Dinoia la butta, come spesso accade, sul sorriso. Quando ha accettato di difendere Mario Chiesa, l’apripista di Mani Pulite tornato inopinatamente in carcere per corruzione, sapeva bene che la cosa avrebbe creato qualche stupore e qualche sarcasmo: ma come, l’avvocato di Antonio Di Pietro diventa anche l’avvocato del suo imputato più famoso? Perché Dinoia è stato il penalista che ha seguito Di Pietro nel suo lungo e doloroso cammino da inquisito, quando da accusatore si ritrovò accusato davanti al tribunale di Brescia. E ora lo stesso Dinoia, con diciassette anni in più sulle spalle, è stato scelto come avvocato di fiducia da Mario Chiesa, arrestato all’alba di martedì per tangenti (versate, stavolta, e non incassate) sullo smaltimento dei rifiuti in Lombardia.
E va bene che un avvocato è un professionista che non indossa maglie e non prende partito. Però quando ieri mattina si scopre che a fianco a sé, nel suo primo interrogatorio dopo il ritorno in carcere, Chiesa ha voluto Dinoia la domanda sorge inevitabile: perché proprio lui? Perché tra i diciassettemila avvocati milanesi l’antieroe di Tangentopoli ha voluto proprio un uomo legato al suo implacabile accusatore? Tenuto conto, oltretutto, che Chiesa non ha mai dato sintomi della famosa sindrome di Stoccolma, non si è mai innamorato del pm che lo aveva spedito in carcere. Anzi.
La verità ha diverse spiegazioni. Una è banale: Dinoia è bravo. Dietro le cravatte di Hermès e la passione dichiarata per Las Vegas (la sua scrivania è coperta da un vecchio tappeto da roulette), Dinoia è un mastino che porta a casa assoluzioni difficili. I cinque proscioglimenti uno dopo l’altro con cui salvò Di Pietro senza neanche farlo portare a processo hanno fatto storia (anche se sulle vere ragioni di quel miracolo giudiziario continuano a esserci opinioni discordanti). La sua oculata gestione, in tempi più recenti, della difesa di Giuliano Tavaroli, capo della security della Telecom di Tronchetti, è nello stesso solco. Ma c’è anche uno spunto più banale ed occasionale: i figli di Dinoia e di Mario Chiesa sono amici fraterni, cresciuti nella stessa classe del liceo Beccaria, sezione L. È stato Davide - figlio di Chiesa e della prima moglie, la leggendaria Laura Sala che ebbe parte decisiva nei guai del marito, fotocopiandone i conti segreti e allegandoli alla causa di divorzio - a suggerire al padre la scelta di Dinoia.
Così martedì pomeriggio nello studio di Dinoia - affacciato sulle magnolie di corso Venezia - è arrivata la telefonata. Dinoia ha accettato la nomina senza tentennamenti. E ieri mattina era in carcere a Busto, con Chiesa, davanti al giudice preliminare, a spiegare carte alla mano perché - secondo lui - tutta la storia che ha riportato il suo cliente in galera è un enorme abbaglio. Ha prodotto carte, documenti, bonifici, per spiegare che quando Chiesa seppe ciò che combinavano a sua insaputa gli altri indagati tirò fuori ventimila euro di tasca sua per risarcire il danno. Certo, ci sono le intercettazioni. Che però, come Dinoia sa bene, si possono leggere in tanti modi. «Bisogna rubare a manetta», dice Chiesa in una telefonata: ma Dinoia spiega che vuol dire il contrario di quel che pare, «Chiesa si indigna per un’offerta al ribasso di un concorrente e dice: per fare una offerta così bisogna rubare a manetta». Puro stile Dinoia: lo stesso avvocato che salvò Di Pietro spiegando che la famosa intercettazione di Pacini Battaglia, «Di Pietro mi ha sbancato» in realtà diceva solo «Di Pietro mi ha sbiancato».