LA DIFFERENZA CON BETTINO

Prima o poi qualcuno doveva dirlo e il momento è finalmente arrivato: non più giù le mani da Cuba, dal Vietnam, dall’Angola o dall’Irak, ma «giullemàni dal partito». Di quale partito si tratti, è ovvio: quello dei Ds che dopo le ingiallite memorie di Di Vittorio e Berlinguer, si è trasformato in partito dell’Opa, della scalata stramiliardaria, delle consulenze di Consorte e altre attrezzature proletarie. Ma ecco che mentre i pensionati già si compiacevano per il partito bancario e banchiere, ecco quel guastafeste di Romano Prodi mollare il calcio dell’asino sul partito che annaspa, dichiarando che bisogna mettere barriere e regole alla confusione fra affari e politica. Auspicio che sembra innocuo ma che invece è micidiale come una mazzata sul cranio, perché adesso lo stesso Prodi certifica che il partito di maggioranza della cosiddetta Unione sia stato beccato con le mani nella marmellata dei flussi di denaro, della finanza d'assalto, dello shopping stramiliardario. Assistiamo a questo punto a una doppia aurora boreale: quella che mostra sotto livida luce diessini che sembrano la banda bassotti per entrare nelle banche (le quali servono a scalare e condizionare giornali e vari orti finanziari); e l’altra che consegna l'immagine del leader della coalizione che prende a bastonate «il partito» e i suoi capi. Ma il partito per eccellenza, come sempre, sa rispondere con rude brutalità, come ha fatto ieri il roccioso capogruppo diessino al Senato Gavino Angius, il quale ha detto chiaro e tondo che il partito non si tocca. Anzi, che se si tocca il partito per eccellenza, allora bisogna fare la stessa cosa a tutti gli altri partiti, e cioè passarli al setaccio come è passato oggi al setaccio l'intoccabile Ds. Si tratta di un argomento non esente da memorie infantili: il bambino più grosso e prepotente, rimproverato perché scoperto, reagisce con tono delatorio: «E allora gli altri? Dovete sculacciare tutti». Ma colpisce un altro elemento di questa reazione: una memoria storica. Quella di Craxi che affrontò e sfidò la Camera dei deputati con la famosa orazione­denuncia sul costo della politica. Ricordate? Craxi (all’inizio dell’operazione che decapitò la Repubblica sotto la deodorante etichetta di mani pulite), andò in aula e disse: la politica costa cifre enormi perché Dc e Pci dispongono di fondi miliardari di provenienza illecita. E tutti gli altri partiti sono stati costretti, se vogliono essere indipendenti, ad approvvigionarsi illegalmente per sopravvivere. Poi sfidò i partiti, comunisti compresi: qualcuno ha da ridire, chiese? C’è nessuno che voglia alzarsi e sostenere che non sto dicendo la verità? Nessuno fiatò. Impietriti e distratti. Era ovviamente tutto vero quel che diceva Craxi, ma i comunisti (o come si chiamavano in quella stagione) tacquero sia perché non brillavano per coraggio ed onestà, ma anche perché a loro la verità non importava minimamente perché avevano un solo obiettivo: infilzare e far fuori il cinghialone che aveva osato sparigliare il vero inciucio storico, altro che compromesso, fra democristiani e comunisti, sicché lo sfrontato intruso finì ad inverdire le dune di Hammamet. E oggi il senatore Angius ci dice che il partito, cioè il suo partito, non si tocca. E che semmai si dovesse toccare, allora bisognerebbe fare l’antidoping a tutti gli altri. Risposta moralmente alta. Vediamo adesso che cosa replicherà quel cavaliere con qualche macchia e parecchia paura che è il professor Romano Prodi: il dibattito appassiona milioni di elettori e siamo sicuri che si replicherà fino ad aprile.
p.guzzanti@mclink.it