La differenza tra «morte» e «assassinio»

Cari Amici,
la morte è uguale per tutti. I morti no. Colpa dei contesti.
Capita un giorno di fine luglio, a Genova, che un giovanotto muoia mentre, 24 ore dopo l’entrata in guerra del «popolo dei diseredati» contro le istituzioni, eroicamente sta scagliando un estintore in faccia ad un carabiniere. Il 18 aprile del 1970, sempre nel capoluogo ligure, un altro giovane, 33 anni, militante del Movimento Sociale Italiano, è assassinato per i suoi Ideali, colpito da una bottiglietta piena di sabbia scagliata da un suo avversario politico durante un comizio di Almirante. La tesi, in questo caso, è - testualmente - che una «Bottiglietta uccide un missino» (Il Secolo XIX, 3 maggio 1970).
Colpa dei contesti.
Stiamo parlando di Carlo Giuliani e di Ugo Venturini. A più di cinque anni dai gravi fatti accaduti a Genova a margine del vertice G8 di luglio e dalla morte di Giuliani, il gruppo di Rifondazione comunista al Senato ha intitolato il suo ufficio di presidenza in memoria dell’antiG8 che stava dando l’assalto alla jeep dei carabinieri con un estintore in mano. Una sensibilità che ha suscitato numerose polemiche tra sindacati di polizia, rappresentati politici e molti, molti genovesi, come attestano le lettere apparse su Il Giornale e su altri Organi di informazione nazionali e locali.
Una sensibilità che le varie giunte comunali di sinistra e centro-sinistra che si sono succede a Palazzo Tursi negli ultimi 30 anni non hanno minimante avuto per il militante missino Ugo Venturini, alla cui memoria sono state più volte avanzate formale richiesta di intitolare una strada del capoluogo ligure, tutte immancabilmente respinte.
Insomma, due pesi e due misure.
Ugo non aveva assalito nessuno. Non era un violento, credeva nel volontariato (faceva parte di una pubblica assistenza) e nell’impegno politico. Venne colpito da una bottiglietta piena di sabbia lanciata da alcuni «democratici contestatori». Morì dopo un mese di agonia. A lui non sono state intitolate strade né dedicate targhe o steli.
La Sua agghiacciante vicenda (e le successive tragiche vicissitudini dei Suoi familiari - la moglie suicida, un figlio tossicodipendente sempre dentro e fuori le patrie galere) è stata raccontata molto bene da Luca Telese nel bel libro «Cuori Neri», ripresa integralmente da Il Giornale, e ricordata dal ben fondo di Massimiliano Lussana Ugo Venturini e il vizio della memoria nel gennaio scorso.
18 aprile 1970: a Genova, nella rossa Genova, Giorgio Almirante parla nei giardini Brignole davanti a duemila persone. Un gruppo di attivisti comunisti tenta, come può, di disturbare la grande manifestazione missina. Era all’ordine del giorno, allora, invocare la «mobilitazione antifascista» per impedire i comizi del Msi. Addirittura due giorni prima, il 16 aprile, la voce di una radio clandestina si era inserita nelle trasmissioni Tv in alcune zone cittadine (Marassi, Manin, Circonvallazione a monte, Sampierdarena, Cornigliano) e, sullo sfondo dell’inno Bandiera rossa, aveva chiamato a raccolta i «democratici contestatori»: «Qui Radio GAP, gruppi d’azione partigiana.Il fascismo è risorto. Sabato prossimo c’è una manifestazione fascista a Genova (il riferimento è al comizio di Almirante). Impediamo questa provocazione. Morte ai fascisti. Morte ai padroni». Sul palco volano pietre e bottiglie. Ugo Venturini, che non è un padrone ma un «proletario», un muratore di 33 anni, figlio di un operaio e di una lavascale, sposato e padre di un bimbo in tenera età, dirigente provinciale del Msi, viene colpito alla testa da una bottiglietta di Coca-Cola piena di sabbia. Cade a terra e perde molto sangue, ma si rialza da solo: non vuole che l’episodio riscaldi gli animi dei suoi amici. Tampona la ferita con un fazzoletto e si avvia tranquillo, solo e senza l’aiuto di nessuno, al pronto soccorso dell’ospedale San Martino. Ugo viene ricoverato: la radiografia rileva una grave frattura e un «infossamento del cranio». Resiste, soffrendo, per tredici giorni ma il primo maggio il muratore Venturini, il «proletario», muore, proprio nel giorno della «festa dei lavoratori».
Inutile dire che i suoi assassini non sono mai stati scoperti.
L’odio «di parte» non ha permesso, fino ad oggi, di dedicargli una strada di Genova o, men che meno, un’aula del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati.
Forse perché non tentava di linciare un carabiniere lanciandogli contro un estintore.
Cordiali saluti.