La difficile arte di imporre la pace

Teheran: «L’azione non rimarrebbe senza risposta e l’aggressore si pentirebbe subito»

Se si fa cadere un vecchio dittatore senza che ci siano le condizioni perché una democrazia ne prenda il posto si finisce per provocare un male peggiore di quel che s'intendeva estirpare. Chi avesse voluto tenere conto di questa ovvia legge della storia prima di dare il via all'attacco all'Irak di Saddam Hussein ne avrebbe trovato un esempio probante in anni non lontani: quello del dittatore somalo Mohammed Siad Barre, deposto nel 1991, anche su pressione del governo italiano dell'epoca.
Da allora la Somalia, uno dei più poveri Paesi del globo, è precipitata in un marasma ripetutamente punteggiato da fasi di guerra aperta. Una di queste fasi è appena iniziata. Truppe etiopiche sono entrate in Somalia per cacciare le forze integraliste islamiche che se ne erano impadronite e insediare al potere al loro posto un governo riconosciuto dall'Onu. Da quel che si può capire sembra però che sia stato ripetuto un'altra volta l'errore che già fu fatto in Afghanistan, quello cioè di preoccuparsi troppo di completare l'occupazione della capitale invece di rincorrere, raggiungere e debellare subito il nemico in ritirata. Diventa così molto possibile che le forze degli integralisti islamici riescano a raccogliersi, a consolidarsi in qualche regione remota della Somalia meridionale e a darsi alla guerriglia, analogamente a come i talebani sono riusciti a fare in Afghanistan.
Dal punto di vista dell'Italia fra i due casi c'è però una grossa differenza: mentre dell'Afghanistan ci siamo occupati, per così dire, per puro e semplice volontariato dal momento che nessun vincolo né storico, né geopolitico ce lo imponeva, il caso della Somalia è assai diverso. Presto o tardi dovremo interessarcene: quindi più a lungo ce ne teniamo fuori e peggio ci troveremo quando infine saremo costretti a intervenire. Intervenire non significa però ipso facto inviare delle truppe. Varrebbe anzi la pena di riflettere sul sempre più frequente invio nelle aree di crisi di forze militari straniere incaricate di «mantenere la pace».
La vera pace si costruisce solo concordando soluzioni dei problemi di fondo che stanno all'origine della guerra. Se ciò non accade, la presenza di forze straniere di pacificazione al massimo anestetizza la crisi senza affatto risolverla, e quindi pone le premesse perché il problema riemerga in seguito ulteriormente incancrenito. Non è poi un caso che tale effetto «anestetico» si registri quasi soltanto se le forze di pacificazione provengono da Paesi altamente sviluppati e vanno a presidiare Paesi molto poveri.
Ne deriva infatti sul posto un afflusso di denaro e una domanda di beni, comunque enormi in paragone all'economia locale, attorno a cui crescono grandi traffici e interessi. Per poter prosperare questi traffici e interessi hanno bisogno che tutt'attorno alla guarnigione straniera ci sia per così dire una tranquilla «area di rispetto». Frattanto, al di fuori di essa, tutto va avanti come prima, se non peggio.