È difficile cambiare un Paese imprigionato da 150mila leggi

Caro dottor Granzotto, la ringrazio per la risposta, come sempre ben argomentata, alla mia mail piena di dubbi sulla opportunità di ridare fiducia al Cavaliere. Alla prossima chiamata alle armi sia io che mia moglie risponderemo ancora presente. Però non le posso nascondere che penso sia necessario mandare al caro Silvio un forte avvertimento; e chi, se non voi lo può fare meglio? Noi elettori siamo arcistufi delle sue promesse seguite da nulla di fatto, dichiarazioni tonitruanti contro i pm politicizzati senza alcuna azione susseguente, così manifestando una palese impotenza (politica, per carità), non accettiamo che sprechi malamente maggioranze mai viste in Parlamento senza diminuire di un euro la spesa pubblica ed il debito, anzi aumentandoli, senza eliminare un solo ente inutile o una sola provincia... Ecco caro Granzotto, questo le volevo dire. La saluto molto cordialmente e con grande stima.
Bari

Come quei giocatori che incantano lo stadio, che dribblano e servono «con millimetrica precisione», si esibiscono in «sombreri» e «veroniche» e poi non fanno gol, eh, caro Schiavini? Quelli che, come dicono i telecronisti, «non sentono la porta». Sì, Berlusconi può dare questa impressione. Ma non è che non sente la porta, creda a me. È che il sistema gliela sposta continuamente e quindi per far gol ci vuole oltre che il talento, anche il tempo e la costanza. Le Costituzione - chiave di volta del sistema - è bella e cara, però non l’hanno redatta gli angeli, ma uomini e nemmeno ispirati dallo Spirito Santo. Quello che vollero i costituenti - chi per esorcizzare il fascismo il cui cadavere era ancora caldo, chi per assicurarsi che il sistema democratico non prendesse l’aire tagliando l’erba sotto i piedi alle fisime rivoluzionarie - fu di ibernare la macchina dello Stato. Ancorché detta, ma forse per ischerzo, la migliore del mondo, coi suoi pesi e contrappesi, con i suoi lacci e i suoi lacciuoli la Costituzione è mamma e babbo delle legislature ammezzate e di sessanta governi in sessant’anni di Repubblica. La stagione d’oro del «fare», delle grandi opere come l’Autostrada del Sole, fu resa possibile solo torcendo la Costituzione come un canovaccio. Ma nel pieno del boom i compagni, temendo che il troppo «fare» e il relativo benessere avrebbe reso gl’italiani convinti del primato dello Stato liberale su quello comunista, appellandosi a una sfilza di inviolabili Valori e Princìpi d’una Costituzione nata, mica no, dalla Resistenza, pretesero e ottennero ch’essa tornasse ad essere ben stirata e inamidata. Questo per il sistema. Ci aggiunga, caro Schiavini, l’elefantiasi burocratica (ma lo sa che non sappiamo con precisione nemmeno il numero delle leggi vigenti? Così, a naso, pare siano 150mila. La Francia ne ha 7mila, la Germania 5mila e l’Inghilterra 3mila). Lei dice degli enti inutili. Crede che per abolirli basti firmare un decreto? Non sarebbe costituzionale. E allora, per ciascuno di essi - e sono all’incirca cinquecento - si apre un contenzioso bizantino in un groviglio di leggi incrociate, garbugli di competenze sovrapposte, diritti acquisiti, patrimoni condivisi... C’è da uscirne pazzi. Governare è un’impresa, caro Schiavini. Diventa poi un tormento se tocca anche far fronte ai manettari, ai sepolcri imbiancati dell’inquisizione «sinceramente democratica» e ai Fini che tradendo patti e elettori decidono di farsi re. Tutti interventi a gamba tesa con l’intento di far male, di azzoppare l’avversario e che comunque rallentano il gioco anche del più talentuoso fantasista. Sì, è vero: certe riforme promesse dal Berlusca, soprattutto quella della Magistratura, sono ancora nel cassetto. Ma dia un'occhiata al passato, caro Schiavini, e vedrà che a conti fatti l’attivo di questi due anni governo surclassa quello dei governi Ciampi, Dini, Amato, Prodi e D’Alema messi insieme.