La difficile scalata al trono di Ciampi

Gianni Pennacchi

da Roma

Fausto Bertinotti non aveva ancora formalizzato la fumata nera, e già partivano le manovre incrociate, più o meno scoperte, più o meno contorte, per gli scrutini di oggi. Coi dalemiani a giurare che quei 27 voti per il líder Maximo non eran partiti da loro ed anzi «sono una provocazione per seminar zizzania», i rutelliani ad assicurare che l’accordo con la Cdl «è quasi fatto» e Giorgio Napolitano sarà «santo subito», i leghisti a minacciare il crollo della casa comune di centrodestra se Silvio Berlusconi «subisce il ricatto» di Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini che dovendo scegliere se digerir D’Alema o Napolitano preferiscono il postcomunista più anziano e più distaccato ormai dalle cose politiche, se davvero gli avversari non sono in grado di ripresentare Giuliano Amato o Franco Marini. Tant’è che stamattina si riparte esattamente dal via di ieri pomeriggio, come nel giro dell’oca o al velodromo d’un tempo quando Maspes e Gaiardoni stavano in surplace su una ruota per ore intere, e il primo che si muoveva era perduto. Così, anche nel secondo scrutinio indetto per le 11,30 e dove è necessaria ancora la maggioranza dei due terzi, l’Unione resta sulla scheda bianca e la Casa delle libertà sulla bandiera di Gianni Letta. Le manovre ovviamente si moltiplicheranno, sono andate avanti tutta la notte, e non è escluso che partoriscano qualcosa di utile nel pomeriggio, per la terza prova. Anche perché il momento della verità giungerà inesorabile domani, allorché sarà sufficiente la maggioranza assoluta, cioè 505 voti.
Voti che il centrosinistra ha dimostrato già ieri di avere, se alle schede bianche, dei candidati di bandiera certamente dell’Unione e di personalità inequivocabili come Gino Strada, si aggiungono le 27 schede pro D’Alema. Fatte così le somme, l’Unione che conta su 540 voti ne ha totalizzati ieri 527. Ed una prima osservazione è serpeggiata subito in Transatlantico, impensierendo prodiani e rutelliani: se quei 27 voti per D’Alema venissero a mancare, o peggio ancora dovessero aumentare, che ne sarà di Napolitano «candidato ufficiale»? Anche perché, a far di conto nella Cdl si ha la riprova che quei voti per D’Alema non vengono da lì, su 461 che ne hanno ieri tra Letta, Cesare Previti ed altre bandiere ne hanno totalizzati 420. Ma sui 1010 grandi elettori (anzi 1009 perché proprio ieri il radicale Marco Cappato ha optato per Strasburgo, abbassando così anche il necessario per domani, da 506 a 505) ieri erano presenti soltanto 984. Dei 25 assenti, i più sono di centrodestra.
Il risultato annunciato a sera dal presidente della Camera Fausto Bertinotti, mentre il collega del Senato Franco Marini gli sedeva sornione al fianco, ha sostanzialmente rispettato le attese e gli annunci del mattino. La Cdl ha dato 369 voti al sottosegretario principe del governo Berlusconi, coi capigruppo leghisti che han votato Umberto Bossi come dichiarato, quelli di Gianfranco Rotondi e Gianni De Michelis han dato 8 voti a Giuliano Ferrara come promesso, poi un paio per Berlusconi, tre voti di solidarietà per il deputato Cesare Previti detenuto a Rebibbia, s’è sentito pure un voto per Almirante, Roberto Formigoni, Antonio Tajani. Le schede disperse assommano a 22, quelle del tutto nulle, perché incerte o addirittura illeggibili - capita, capita anche in Parlamento - son risultate 18. Altrettanto nella norma i voti dell’Unione, appunto con 348 schede bianche, 24 voti per Franca Rame annunciati da Italia dei valori di Antonio Di Pietro, 12 per Siegfried Brugger promessi da altoatesini e autonomisti di centrosinistra, 23 per Adriano Sofri decisi dalla Rosa nel Pugno quale segno di solidarietà per la mancata grazia all’ex leader di Lotta continua.
Poi quei 27 per D’Alema e gli 8 per Napolitano, uno dei quali è venuto certamente dalla Cdl, per l’esattezza da Bruno Tabacci che ha voluto così «rompere gli indugi» auspicando che oggi «tutti si decidano» a votare per colui che appare ormai, paradossalmente, come l’anti D’Alema. Son tutti voti buoni, salvo le 18 schede annullate, perché all’elezione del presidente della Repubblica può concorrere ogni cittadino italiano, purché goda dei diritti civili ed abbia compiuto i 50 anni: Carlo Azeglio Ciampi, sette anni fa, fu eletto senza mai aver preso posto non solo in Parlamento ma nemmeno in un consiglio comunale. Così la fantasia s’è scatenata, è stato votato il cantautore Francesco Guccini e l’arbitro Paolo Casarin, anche un giornalista per rinverdire i fasti di quando, al 14° o 18° scrutinio, pioveva una mini valanga per Guido Quaranta.
Voto tranquillo, e giornata tranquilla. La prima chiama è partita con mezz’ora di ritardo, alle 16,30. Prima i senatori, poi i deputati, infine i delegati regionali, e ancora il bis del secondo appello per i ritardatari. Francesco Rutelli ha votato per ultimo, quasi arrivava troppo tardi. Napolitano ha votato composto e poi s’è soffermato un poco sugli antichi suoi banchi, per quindi scomparire come si conviene ad un «candidato ufficiale». D’Alema ha lasciato cadere la sua scheda nell’«insalatiera» con distacco, quasi fosse una piuma, e con distacco s’è fatto poi un paio di vasche in Transatlantico concedendosi ai giornalisti, dicendosi felice per il suo vecchio mentore e sponsor d’un tempo. Bertinotti, aprendo la seduta, ha chiesto formalmente a tutti i grandi elettori di scrivere soltanto nome e cognome, per evitare che i votanti si lasciassero in qualche modo individuare. Ma non ce n’è stato bisogno. Almeno per ora.
Gianni Pennacchi