Il diktat di Follini: «Voglio un voto vero»

Anna Maria Greco

da Roma

«Io parlo un linguaggio diretto e vero, non parlo con lingua biforcuta. Qualche asprezza a volte fa parte della verità». Ha preferito Formia a Reggio Calabria, ed è dal convegno Udc sulla Finanziaria che Marco Follini risponde al premier, convinto che non ci sia bisogno di «far fuori» il segretario centrista come qualcuno gli urla perché lui «si fa male da solo».
È l’unico leader di partito assente al Devolution Day calabrese (Bossi è giustificato) e così Follini rimarca la sua distanza dal leader della Cdl e le sue perplessità sulla riforma federalista, pur riaffermando che l’obiettivo è portare alla vittoria il centrodestra. «Ho da tempo la consapevolezza - ripete - che per vincere occorre un grande cambiamento».
Il segretario Udc chiede primarie in piena regola che facciano esprimere «il popolo del centrodestra», non una semplice assemblea degli eletti, la convention di cui parla il Cavaliere. «Credo - sottolinea il leader centrista - che il problema sia sentire gli elettori, non gli eletti. Serve una consultazione vera, un rito democratico autentico».
Ha poca importanza che si chiamino primarie o in un altro modo, secondo Follini, l’importante è che la consultazione sia allargata e lasci spazio anche a «opinioni diverse come è logico che sia in una coalizione grande che aspira a rappresentare il punto di vista della maggioranza degli italiani».
Soprattutto, sottolinea, bisognerà portare alle urne «un elettore in più di quelli che voteranno per l'Unione», perché questo sarebbe un atto di forza, che andrebbe «al cuore delle questioni». Qualcosa in più di quel che fa il centrosinistra, nelle sue primarie dal «candidato già deciso, con leader di partito che brillano per la loro assenza e financo con la candidata con il passamontagna».
Follini assicura che la sua non è una posizione polemica: «Lo dico per collaborare, non mi pare un atto di sabotaggio». Anche il fatto di aver mandato a Reggio Calabria, a rappresentare il partito, il capogruppo alla Senato Francesco D’Onofrio, lo spiega così: «Sono qui, avevo un impegno a Formia, era da tempo in calendario e nei calendari non c'è polemica».
Ma sul voto nell’aula di Montecitorio sulla devoluzione, la prossima settimana, Follini non scioglie la riserva e sottolinea la sua gestione democratica del partito. «Ragioneremo tra i parlamentari dell'Udc, come di solito facciamo in queste occasioni e come è giusto che sia».
Tocca ancora due questioni, nel confronto a distanza tra Follini e gli altri leader della Casa delle libertà: la legge elettorale e la Finanziaria. La prima «non può essere una forzatura, né tantomeno un pasticcio», avverte, riferendosi alle condizioni «difficoltose» in cui si sta ragionando e alla necessità di chiudere la legislatura in modo «meno battagliero». Per rasserenare il clima nella Cdl, sembra di capire, il segretario Udc non ha intenzione di impuntarsi. Anche perché sulla riforma proporzionale vorrebbe «una convinzione e un consenso più larghi».
Quanto alla Finanziaria, dev’essere «rigorosa e non elettoralistica, più attenta alle famiglie». Follini parla di «cantiere aperto» e lancia messaggi di dialogo all’opposizione, che potrebbe proporre « una finanziaria ombra», chiedendo in Parlamento a ottobre «spirito costruttivo e senso di responsabilità con la consapevolezza che i conti con l'Europa devono ritornare a posto nell'interesse del Paese».
Infine, Follini critica la contestazione di venerdì al presidente della Cei Camillo Ruini, definendola un «tardo e triste rito sessantottino». E il segretario dell'Udc aggiunge che si aspetta dai dirigenti dell’Unione «qualche parola più generosa di solidarietà nei confronti di chi è stato contestato».