Il diktat di Maroni: «La riforma del Tfr deve passare così com’è»

Il ministro del Welfare: «Questo testo dimostra che Berlusconi non è condizionato dal conflitto d’interessi»

da Roma

Roberto Maroni rilancia la riforma del Tfr, che si è arenata all’ultimo Consiglio di ministri ed è stata rispedita alle Camere. «O passa così com’è, oppure non passa», attacca il ministro del Welfare, aggiungendo che il premier Berlusconi ha l’occasione di dimostrare di non essere condizionato dal conflitto d’interesse. «E questo testo va contro i suoi interessi di azionista di una grande compagnia assicurativa», spiega Maroni.
Il ministro accusa la lobby delle assicurazioni - che verrebbe di fatto esclusa dalla grande torta da 13 miliardi di euro rappresentata dal flusso annuale del Tfr da destinare alla previdenza complementare - d’aver silurato la riforma grazie all’appoggio di alcuni colleghi di governo. «Nell’ultimo Consiglio dei ministri - afferma - ci sono stati interventi dettati da interessi diversi. La prossima riunione di governo sarà molto vivace: sul provvedimento non tira aria buona, ma io - dice ancora Maroni - ci proverò sino alla fine. E comunque, approvata o bocciata la riforma, il mio compito come ministro del Welfare è esaurito».
Maroni racconta anche qualche particolare del Consiglio dei ministri in cui la proposta il decreto delegato sul Tfr è stato affossato, parla di ministri che non erano mai intervenuti in materia e che improvvisamente chiedono spiegazioni tecniche e adducono «argomenti strampalati». «È come se io - aggiunge Maroni - parlassi di scissione dell’atomo al convegno dei fisici ad Erice». Alla discussione non hanno partecipato né Berlusconi (uscito dalla sala per evitare, appunto, problemi di conflitto d’interesse, essendo azionista della Mediolanum) né il ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
Ma è soltanto la lobby della assicurazioni, come sostiene Maroni, ad avere bloccato il provvedimento? In parte sì, visto che il versamento del Tfr in un fondo previdenziale aperto, non gestito da imprese e sindacati, è assai poco conveniente. Altre perplessità - quelle espresse da An, per esempio - riguardano l’accesso delle piccole imprese al fondo per il credito. «Resto convinto - spiega Gianni Alemanno - che il testo possa essere migliorato alla luce di una attenta valutazione del protocollo Abi». «I timori di Maroni saranno fugati», aggiunge Mario Landolfi, che nega che siano entrate in azione pressioni lobbistiche contro il provvedimento. «Allora ho capito male», ironizza il ministro del Welfare. «Sulle lobby Maroni scopre l’acqua calda, il problema non è che ci siano ma governarle con una politica forte», dice il ministro della Funzione pubblica, Mario Baccini, anch’egli presente al convegno della Fondazione Donat Cattin. «Per quanto mi riguarda - aggiunge - voglio verificare bene il ruolo delle compagnie di assicurazioni nella riforma. Se qualcuno soffre questo problema si faccia un esame di coscienza».
Oltre ai problemi sollevati dalle imprese assicuratrici, c’è un’altra valutazione di fondo che può aver inciso nella decisione di rinvio: i fondi chiusi (aziendali o di categoria), cogestiti dal sindacato, rischiano di diventare protagonisti assoluti del mercato finanziario italiano con decisioni d’investimento assai rilevanti. Ecco perché Cgil, Cisl e Uil insistono che nulla sia toccato all’interno del provvedimento. «Per noi - dice il segretario cislino Savino Pezzotta - la riforma è questa, e la nostra preoccupazione è che il rinvio possa affossare qualcosa che è indispensabile ai lavoratori. È una riforma essenziale». «Maroni deve sapere - aggiunge il segretario confederale della Cgil Morena Piccinini - che la nostra asticella delle richieste non si abbassa a mano a mano che c’è un nuovo fronte aperto. O il ministro riesce a far rispettare quanto ha concordato con 23 parti sociali - aggiunge - oppure diventa corresponsabile del fallimento dell’operazione».