Il diktat di Rutelli espone i Ds al rischio diaspora

Giuseppe Cantarano

Il centrosinistra continuerà a dividersi. Sembrava che dalle primarie fosse emersa la richiesta, da parte del popolo del centrosinistra, di una grande unità. Invece la proposta di Rutelli ha dato fuoco nuovamente alle polveri. Che nel centrosinistra, per la verità, vengono scrupolosamente mantenute sempre ben asciutte.
La disponibilità del leader della Margherita per una lista unitaria con i Ds ha infatti come condizione la costituzione del partito democratico all’americana. Mettiamoci pure insieme, sussurra conciliante Rutelli a Fassino. A patto però che il nostro patto elettorale sia il primo passo verso un nuovo soggetto politico. Che deve collocarsi al di fuori della tradizione del socialismo europeo. Una tradizione politica esaurita. Da cui non provengono ormai più le risposte ai problemi delle nostre società. Lo hanno ripetuto in questi giorni ai dirigenti della sinistra italiana il teorico della «terza via» di Tony Blair, il sociologo Antony Giddens e l’ex consigliere di Bill Clinton alla Casa Bianca, Sidney Blumenthal.
Per ora, solo il kennediano Veltroni, tra i dirigenti della Quercia, è disposto ad accogliere e rilanciare la sfida di Rutelli. La proposta del partito democratico, del resto, venne avanzata dall’attuale sindaco di Roma già nel 1994. L’idea era quella di unire, in un grande partito democratico, le culture politiche eredi della sinistra progressista e del cattolicesimo democratico. Se ne è discusso per un decennio. L’unico risultato resta, per ora, la modesta invenzione dell’Ulivo. Una coalizione elettorale tenuta insieme solo dall’impolitico sentimento antiberlusconiano.
Sarà difficile che i Ds accettino la richiesta di Rutelli. Lasciare il Pse e l’Internazionale socialista per approdare ad un indeterminato partito democratico rappresenterebbe, per i dirigenti della Quercia, un doppio salto mortale che la base del partito non è disposta a compiere. Il rischio di una diaspora sarebbe inevitabile. Anche perché sarebbe un’acrobazia politica traghettare un partito postcomunista verso la cultura liberaldemocratica auspicata da Rutelli, saltando la tradizione riformista del socialismo democratico europeo. Nella quale, solo da poco gli eredi del Pci hanno fatto ingresso.
Non so se bisogna dare ormai per spacciato il riformismo socialdemocratico. Comunque è in crisi. Il vecchio compromesso tra Stato e mercato non regge più. Le politiche keynesiane tese alla redistribuzione del reddito risultano ormai improponibili perché inadeguate. Servirebbe un nuovo riformismo che sapesse aprirsi all’innovazione, per provare a ridare ossigeno alla socialdemocrazia europea. Ma i dirigenti della sinistra italiana continuano a vagheggiare variopinte contaminazioni culturali. E lo fanno inutilmente da oltre un decennio.
Dopo la svolta di Occhetto l’ex partito comunista avrebbe dovuto seriamente confrontarsi con la crisi del socialismo europeo, per cercare di rinnovarne la cultura politica. Invece, D’Alema e compagni hanno sprecato il loro tempo ad inseguire immaginari Ulivi mondiali. Ora Rutelli li sfida proponendo il partito democratico. Dall’antiamericanismo di Gramsci alla liberaldemocrazia di Clinton: la confusione, sotto il cielo della sinistra italiana, continua a regnare sovrana.
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