IL DILEMMA DEL PARTITO UNICO

Sarebbe un miracolo politico se il «partito unico dei moderati» andasse in porto secondo gli auspici di Marcello Pera e Pierferdinando Casini. La razionalizzazione bipartitica della politica italiana gioverebbe ai cittadini, alle istituzioni, alla democrazia. Oggi, solo le democrazie anglosassoni a sistema uninominale-maggioritario possono vantare il bipartitismo, e con ottimi risultati. Negli Stati Uniti l'alternanza funziona come un pendolo tra repubblicani e democratici. In Inghilterra i laburisti si alternano con successo ai conservatori.
Ma il progetto unitario della Casa delle libertà, che non può non avere il sostegno dei democratici, merita una duplice riflessione politico-pratica e politico-ideologica. L'esperienza italiana insegna che tutte le volte che più partiti affini si sono uniti per concorrere alle elezioni, i risultati sono stati cattivi perché i rispettivi voti, invece di sommarsi, si sono sottratti. Certo, non è detto che questa sia una regola immutabile, ma sarà bene che il centrodestra la tenga presente in tempi di riflusso elettorale.
Un'altra contraddizione del progetto unitario risiede nell'aspettativa dell'Udc di un mutamento della legge elettorale in senso proporzionale. Il successo di unioni elettorali tra forze affini è stato sempre determinato dalle candidature uniche maggioritarie mentre, all'opposto, è il contrario con le competizioni proporzionali. Negli anni recenti, è stata proprio la parte proporzionale dell'elezione alla Camera dei deputati a indurre Udc, Lega e An a generare conflitti con i partner di governo.
Probabilmente, cinque anni fa sarebbe stato più facile superare le tradizioni ideali e gli interessi concreti che dividono i partner del centrodestra componendoli in un unico progetto di governo. Oggi, l'idea del partito unitario appare più difficile sia per il ruolo diminuito della leadership berlusconiana, sia per le difficoltà dei singoli partiti che difficilmente si risolverebbero nel più ampio contenitore. Ciò detto, tuttavia, il progetto deve essere messo alla prova se si tratta effettivamente di uno strumento di rinvigorimento del centrodestra e non di un feticcio teorico.
V'è poi una riflessione politico-ideologica. Gli artefici del progetto unitario hanno ricevuto nuovo slancio dalla nuova centralità del terrorismo, e dal referendum sulla legge 140, considerato dal presidente Pera uno «spartiacque politico». In tale contesto l'idea forte che dovrebbe fare da collante identitario, se non ideologico certo politico-ideale, del partito unitario, è la compenetrazione tra valori religiosi e valori politici. Lo Stato dovrebbe «dismettere la corazza della separazione» (tradizionale delle istituzioni liberali) e ammettere che il sentimento religioso è componente insopprimibile della vita politico-sociale in Italia e arma decisiva per l'Occidente cristiano.
Il limite di una tale impostazione sta negli effetti elettorali negativi che può determinare sul centrodestra. L'innovazione, geniale, di Forza Italia fu il collante liberale, pragmatico e modernizzante che trovò espressione nel suo leader. Grazie ad esso hanno cooperato cattolici e laici, credenti e agnostici, moderati, conservatori e riformatori, uniti nella modernizzazione dell'Italia. Non a caso Forza Italia ha raccolto nei momenti migliori non solo molti voti ex democristiani ma anche buona parte dei voti laici (Psi, Pli, Psdi, Pri e Radicali) che nel 1992 rappresentavano più d'un quarto dell'intero elettorato. Senza questo voto il centrodestra è inevitabilmente destinato a perdere. La riflessione sul partito unitario deve perciò tenerne conto.
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